Il paradosso del figlio campione e del genitore appagato

Deleterio è l’atteggiamento di quei genitori che cercano nei successi sportivi del figlio il risarcimento dei traguardi che a loro non è riuscito tagliare. Una “soddisfazione delegata” che ai bambini o ragazzi crea solo ansia da prestazione.

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Genitori e tecnici svolgono due funzioni ben diverse, sebbene spesso siano propensi a dimenticarsene. Uno dei più scellerati connubi presenti in natura è infatti il genitore che assume il ruolo di tecnico (quando lo fa nei confronti del proprio figlio, ovviamente). Altrettanto patetico risulta il tecnico che vuol fare il genitore. Ma procediamo con calma.

La funzione importante del genitore non è insegnare la corretta tecnica del gesto sportivo, anche se quella di dire la propria anche in questo ambito rappresenta una tentazione invincibile per la natura umana; e nemmeno si tratta di redigere i programmi di allenamento per i pargoli o focalizzare i loro obiettivi agonistici, sebbene tali nefandezze talora accadano.

Piuttosto il compito del genitore con figlio sportivo dovrebbe essere quello di trasmettere gli atteggiamenti di base verso la pratica sportiva (e la vita in generale); atteggiamenti che, in seguito, condizioneranno positivamente o negativamente il lavoro del tecnico. In mancanza di termini migliori, ho usato il verbo “trasmettere”, benché non si stia parlando di onde radio: l’ho fatto per indicare che, a mio parere, non serve dichiarare questi atteggiamenti ad alta voce, magari dimostrando il contrario attraverso i propri comportamenti. Serve invece testimoniarli quotidianamente con i propri comportamenti. Gli atteggiamenti vengono infatti “assorbiti” in maniera inconsapevole a partire dall’ambiente circostante.

Così, se un genitore non permette al bambino di fare da solo (anche quando sbaglia) e si sostituisce a lui in tutto e per tutto, favorirà in lui la dipendenza a scapito del senso di autonomia; se è molto ansioso e lo iperprotegge nei confronti delle attività motorie che continuamente il bambino si inventa, gli trasmetterà sfiducia nelle proprie capacità.

Allo stesso modo se farà un dramma di ogni insuccesso o piccola sconfitta, il messaggio sarà chiaro: l’importante è solo vincere, a tutti i costi. Sarà allora inutile, per esempio, pretendere che il piccolo impari ad apprezzare la fatica, quando poi il padre mostra di fatto che senza ascensore non si può rincasare.

Dunque, la funzione cardine del genitore è quella di mettere le basi per la crescita di atteggiamenti sani e adeguati che, paradossalmente, più avanti nel tempo e nella crescita agevoleranno il lavoro del tecnico. Qualsiasi tecnico infatti, per quanto competente e preparato, preferirà sempre e comunque allenare personaggi ottimisti, sicuri, dotati di forte autostima e resistenti alle frustrazioni psicologiche, piuttosto che individui rassegnati, pessimisti, ansiosi e fragili.

Accolgo pure l’obiezione che gli atteggiamenti con il tempo possono cambiare: e quindi che l’individuo di cui sopra (quello messo peggio) possa sempre diventare come l’altro (quello messo meglio). Del resto, anche le case costruite male possono in seguito essere riedificate in modo migliore: è solo un problema di costi, tempi ed energie da buttare. Cose che il tecnico preferirebbe poter utilizzare per altri scopi.

Il campo minato della funzione genitoriale rimangono gli atteggiamenti legati alla motivazione: il punto è riuscire a sviluppare l’interesse per lo sport nel figlio senza sostituire la propria motivazione a quella del pargolo. I genitori che commettono questo errore sono quelli che, si dice in gergo, “spingono” i figli. Chi “spinge” i figli sta cercando di soddisfare i propri bisogni, al posto di quelli della prole. Egli cerca di ottenere delle gratificazioni narcisistiche per il proprio ego: il “figlio campione” rappresenta, infatti, il riscatto da tante frustrazioni e la prova tangibile della propria superiorità sul resto di questo mondo disprezzabile.

Il genitore che cerca visibilità sociale, attenzione e lustro attraverso lo sport dei propri rampolli, non solo è un poveraccio in senso esistenziale, ma si dà pure la proverbiale zappa sui piedi: perché, non permettendo ai figli di sviluppare una propria motivazione indipendente, li condanna a una perpetua fragilità in campo sportivo e non.

L’automotivazione rappresenta infatti l’unica garanzia per non fermarsi alla prima difficoltà, ai primi intoppi, od ogni volta in cui la fatica o il dolore o il disagio si fanno sentire. L’atleta che è spinto dalla motivazione altrui appiccicatagli addosso sarà magari un ottimo esecutore, ma non sarà mai resiliente, cioè reattivo alle difficoltà. Ecco spiegato il paradosso del “Se volete il figlio campione, dovete smettere di spingerlo e insegnargli a mandarsi avanti da solo”.

Esiste una legge, per quanto nessuno l’abbia mai formulata, che dice: “I migliori genitori ( e tecnici) in senso sportivo sono quelli appagati e che non hanno bisogno di ricevere soddisfazioni da nessuno”. Non è un caso, infatti, che le statistiche della partecipazione giovanile allo sport – qualsiasi sport – presentino un impressionante e improvviso crollo nei pressi del periodo pre-adolescenziale e adolescenziale: il fenomeno dell’abbandono giovanile della pratica sportiva si presenta drammaticamente, guarda caso, proprio in quell’età in cui si ha la forza di dire no alle imposizioni altrui; e in cui, facendosi più serio il confronto, si prendono anche le prime randellate (leggi: insuccessi e sconfitte che pesano) sportive.

È come se la ragazza o il ragazzo dicessero: “Finché vincevo facile potevo ancora assecondarti. Ma ora, dover prendermi legnate del genere solo per farti contento… te lo sogni!”.

Se uno, invece, fa qualcosa perché gli piace, perché ha passione, difficilmente si demotiverà di fronte alle prime scaramucce serie. Ecco spiegato il paradosso del “Se volete il figlio campione, dovete smettere di spingerlo e insegnargli a mandarsi avanti da solo”.

In altre parole, un genitore appagato, senza cioè il bisogno di cercare conferme nello sport dei figli, ha più probabilità di trovarsi il campione in casa.

Il genitore pressante produce un sacco di disastri: statisticamente, i campioni con alle spalle il genitore che li ha “spinti” rappresentano una piccola eccezione rispetto alla numerosità dei potenziali campioni bruciati dai genitori troppo “presenti”. Ricordiamo facilmente i (pochi) casi di genitore-demiurgo del campione, in quanto sono gli unici che vediamo: non vediamo la distesa di sportivi mancati, di quelli che non ce l’hanno fatta e che giacciono alle loro spalle.

Tuttavia, attenzione, il genitore appagato non è quello assente o che si disinteressa: vi è una differenza sottile, ma fondamentale. Sta nel fatto che il genitore equilibrato c’è, partecipa emotivamente, ma poi lascia libera la discendenza di scegliere quello che le piace. Ho in mente molti atleti amatoriali di quelli coinvolti, convinti, tosti: la tentazione di pilotare le loro scelte, di condividere il proprio bagaglio di esperienze e di consigli – se hanno figli – rischia di essere forte. Però i figli hanno bisogno di fare le proprie esperienze, perfino di sbagliare, anche quando i genitori di sicuro saprebbero meglio di loro come fare.

Questo articolo è di Pietro Trabucchi ed è presente nel numero 266 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto