Il mito dei supereroi

I fumetti dei supereroi ci consentono di “vedere” all’opera valori di libertà, giustizia e tolleranza. Educano così i lettori a società multiculturali e multireligiose, capaci di differenziarsi dai loro nemici combattendoli.

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Il 4 luglio del 1950 Bernard Doyle, un newyorkese di 56 anni originario di Dublino, sedeva sugli spalti dei Polo Grounds di Manhattan insieme al figlio tredicenne di un suo amico, in attesa della sfida che avrebbe opposto i Brooklyn Dodgers ai Giants. Improvvisamente il rumore di uno sparo lacerò l’aria e Bernard si accasciò al suolo con il sangue che gli sgorgava dalla testa, sotto lo sguardo terrorizzato del suo giovane accompagnatore. Morì all’istante e fu portato subito via, mentre la folla ignara si accalcava per assistere al match. 

Nei giorni successivi la polizia identificò l’omicida: si trattava di un ragazzo afroamericano di 14 anni, chiamato Willie, che viveva con sua zia in un appartamento con vista sullo stadio e che confessò di avere sparato per rabbia, perché un parapetto gli ostruiva la vista del match. In casa di Willie furono trovati due fucili, una pistola e una grande quantità di munizioni.

Fredric Wertham, psichiatra statunitense di origine tedesca e fondatore con lo scrittore Richard Wright e il reverendo Shelton Hale Bishop della clinica psicoterapeutica Lafargue, che si occupava gratuitamente della salute mentale dei cittadini afroamericani di Harlem, aveva già conosciuto Willie. Dopo la separazione dei genitori, il bambino era stato cresciuto dalla zia, una donna intelligente e affettuosa che aveva lavorato duramente per farlo studiare in una scuola privata dai 2 agli 8 anni, finché le sue condizioni di salute non erano peggiorate e, non potendo più permettersi la retta, era stata costretta a inserire il nipote presso una scuola pubblica, dove egli non veniva più seguito con la stessa cura.

Willie era sempre stato un bravo ragazzo; nel pomeriggio, dopo la scuola, lavorava presso il negozio di alimentari del quartiere come fattorino. Ma, secondo il dottor Wertham, era stato esposto cronicamente – nonostante i divieti della zia e anche a causa della superficialità dei suoi colleghi della Lafargue, che ne avevano sottovalutato la pericolosità – a uno stimolo che aveva eccitato in modo abnorme, con conseguenze appunto tragiche, le sue fantasie più violente: la lettura di fumetti.

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Questo articolo è di ed è presente nel numero 270 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto