Il caso di Macerata: tra razzismo e patologia mentale

Solleva tanti interrogativi e sollecita diverse interpretazioni psicologiche il recente caso del giovane che ha sparato indiscriminatamente contro gruppi di immigrati neri per le strade di Macerata, per vendicare la morte della ragazza il cui cadavere era stato trovato a pezzi chiuso in una valigia, e di cui aveva appreso attraverso i media. 

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Avrebbe voluto colpire il (presunto) omicida in tribunale; vista l’impossibilità di questa vendetta diretta, ha ripiegato sui “neri che spacciano”, poi ha finito per colpire sconosciuti scelti casualmente solo per il fatto di essere di colore.

È stato incriminato per tentativo di strage, aggravato dall’odio razziale. Ha dichiarato di non essere pentito di aver colpito dei (presunti) spacciatori mentre ha chiesto scusa per il ferimento di una donna di colore, che non era nelle sue intenzioni. 

Qualche spunto per capire la sua personalità? Teneva molto alla cura del corpo e frequentava assiduamente palestre. Aveva a casa croci celtiche e il Mein Kampf di Hitler. Tatuato in fronte il simbolo di un movimento neofascista non più attivo, simbolo derivante da un talismano che difende contro i lupi. Paradossalmente lui stesso veniva chiamato ‘Lupo’. Nel giugno 2017 si era candidato alle amministrative in un piccolo comune, senza ottenere alcuna preferenza. Quando lo hanno arrestato era avvolto nel tricolore, sul monumento ai caduti. In carcere, a dire del suo legale, “si trova bene e si sente a casa sua”.

Difficile definire questa personalità, in attesa di un'accurata perizia psicologica. Un esaltato da ideologie razziste che reagisce d’impulso a stimoli che turbano la sua mente? Uno psicolabile eccitato e sconvolto dal fatto di cronaca, che esplode in una vendetta indiscriminata e aspecifica? Una mente incapace di collegare con precisione cause ed effetti, e di gestire le emozioni e gli impulsi? Forse con limitate capacità di intendere e volere, ma questo lo stabiliranno i periti, se richiesti nella procedura giudiziaria.

È comunque l’esponente di una categoria di estremisti cognitivamente confusi ed emotivamente labili che vorrebbero colpire una razza odiata che droga i nostri ragazzi, stupra e uccide le nostre donne e inquina la nostra civiltà: tant’è che a Roma sono comparse sui muri delle scritte accompagnate da svastiche che lo onorano col titolo di ‘capitano’ di un esercito della salvezza nazionale che ha certamente tanti altri coscritti pronti a scattare negli stadi, nelle discoteche, nelle metropolitane, per difendere la purezza della nostra razza da invasori genericamente individuati. 

Questo mi pare l’aspetto più emblematico, e certamente pericoloso, della vicenda. Idee e comportamenti razzisti e xenofobi attecchiscono più facilmente in menti labili e confuse e si espandono rapidamente nel tempo e nello spazio: lo insegna la storia, lo testimoniano esempi in diverse culture. Si basano sulla paura latente del diverso da sé, dell’estraneo, dello straniero: paura tanto più forte e pervasiva quanto meno stabile e sicura è la propria identità

Proprio il rischio che si corre in tempi di crisi sociale e di valori, e in cui è facile procurarsi armi letali e relative munizioni per 'difendersi' (americani insegnano…!). Sparare all’impazzata sui ‘diversi’ potenzialmente pericolosi – pur senza conoscerli e avere prove d’accusa nei loro confronti – è un modo di difendersi che fa rabbrividire, ma è solo un aspetto di un odio che cova sotto la cenere della perdita di identità di una nazione che – spinta da ideologi e politici interessati – teme sempre più di essere sopraffatta da altre razze e da altre culture: come è successo nella Germania che aprì le porte alla follia nazista e in tanti altri esempi che la storia riporta. 

Non dobbiamo essere catastrofisti, ma una maggiore attenzione a prevenire questi spunti xenofobi e razzisti, diffondendo – a partire dalle scuole sempre più teatro di violenza - una psicologia della tolleranza, e rafforzando una identità culturale capace di confrontarsi criticamente ma serenamente con le altre culture, ridurrebbe il rischio di risvegliare tentazioni di soluzioni violente nelle menti meno capaci di razionalità e di autocontrollo.