I sottili vantaggi di piangersi addosso

Perché il vittimismo rimane una grande tentazione per tutti gli esseri umani e perché molto dello stress che viviamo ce lo procuriamo da soli.

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Tutti gli organismi viventi, di fronte agli stimoli ambientali, si adattano o muoiono: gli unici che contemplano una terza possibilità, quella di autocommiserarsi, sono gli esseri umani.
Può sembrare una battuta, ma lo è solo in parte. Di fronte agli eventi sfavorevoli, noi umani possiamo essere classificati in base all’utilizzo prevalente dell’uno o dell’altro di due atteggiamenti fondamentali: rimboccarsi le maniche e agire per cambiare le cose; oppure lasciarsi andare all’autocommiserazione (self-pity) e al vittimismo.

A partire dagli anni Settanta, autori come Lazarus, Folkman ed Endler hanno contribuito ad elaborare il concetto di “coping”: con questo termine ci si riferisce all’insieme di strategie a cui un soggetto può ricorrere per fronteggiare gli eventi stressanti. Alcune di tali modalità sono adattive ed efficaci; altre si rivelano fortemente disfunzionali, a rischio di produrre ulteriore disagio per l’individuo. In poche parole, lo stress che viviamo non dipende solo dagli eventi oggettivi che avvengono nella realtà, ma deriva anche dalle cattive strategie di gestione che mettiamo in atto per rapportarci con gli eventi del mondo esterno.

In verità, anche se la psicologia occidentale ne parla da una cinquantina di anni, le riflessioni su questi due atteggiamenti fondamentali appartengono alla storia dell’umanità. Nel libro Resisto dunque sono cito una narrazione della tradizione buddhista che è in grado di esemplificare il concetto di coping disfunzionale molto più efficacemente di qualsiasi spiegazione accademica: è conosciuta come la “storia delle due frecce”.

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Questo articolo è di Pietro Trabucchi ed è presente nel numero 272 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto