Umberta Telfener

I sintomi di un malessere nella coppia

Sono tanti e diversi i modelli di relazione di coppia. Cosa succede quando al loro interno cominciano a lampeggiare alcune spie di malessere e come provare ad affrontarle?

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Che cos’è una coppia? L’unione di due persone che condividono una dimensione emotiva, sociale e sessuale. Che condividono un’intimità che è la consapevolezza della disponibilità affettiva reciproca nella relazione, manifestantesi attraverso un monitoraggio emotivo contraccambiato. Le dinamiche non sono sempre uguali nel tempo, durante il ciclo vitale di una coppia, e neppure nel tempo storico-sociale, che propone modelli diversi nel gioco dei ruoli, nelle aspettative e nello srotolarsi emotivo delle storie. I cambiamenti sociali ci hanno portato a vivere in un periodo storico attuale che definisco «ipermoderno» (Telfener, 2018), in cui una coppia, una relazione, l’amore non sono più codificati a priori dalla società, non sono neppure stabiliti da regole condivise, ma sono quello che emerge dall’uso fatto dalle specifiche persone dei termini “coppia”, “relazione”, “amore”. Abbiamo pertanto molti modelli diversi di relazione. 

L’ICEBERG

Ogni rapporto di coppia è fatto di giochi, regole e rituali. Le coppie sottoscrivono dei contratti la cui caratteristica è quella di somigliare a un iceberg: la parte emersa è costituita da norme esplicite e accordi consapevoli; la parte sommersa, da vincoli non consapevoli di natura affettivo-emotiva che riguardano il soddisfacimento dei bisogni e la convalida dell’immagine di sé. I sintomi che emergono in una coppia riguardano a volte la storia particolare di una persona singola e derivano dalla sua specifica personalità, sono connessi alla sua storia di vita, ai suoi problemi, alle sue esperienze; altre volte, i sintomi emergono dal gioco relazionale che unisce i partner. Attengono alla storia del singolo la paura di non essere amabile, di non sentirsi abbastanza, di non valere e non meritare amore, e le conseguenti fobie di essere tradito; oppure la paura di amare, di stare in una relazione che si approfondisce, la paura di assumersi la responsabilità dell’impegno, quella di perdere la libertà; fa paura anche l’ipotesi di essere abbandonati, che spesso scaturisce da un imprinting molto precoce di abbandono. 

Queste credenze, questi atteggiamenti verso di sé/l’altro e il mondo influenzeranno naturalmente la coppia, ma appartengono a uno dei due e al suo mondo interno. Al suo modo specifico di vivere la vita, la relazione e il coinvolgimento reciproco. Sono sintomi che si riferiscono invece distintamente alla coppia quei comportamenti e quelle emozioni che emergono a seguito unicamente della “danza” tra i partner: l’incomunicabilità e la paura che sorgono a seguito di disattenzioni e soprusi, l’insicurezza reciproca o la sciatteria che distingue un nucleo, la scarsa attenzione all’altro, l’ossessività nel fare per evitare una condivisione mentale ed emotiva. Si tratta di sintomi diversi per ogni coppia, che segnalano un disagio relazionale non sempre evidente.

In questo articolo intendo occuparmi dei sintomi che emergono dalla danza dei partner. Alcuni esempi fra i tanti possibili.

Malesseri psichici e ciclo
di vita della coppia

I sintomi non dovrebbero fare paura, sono dei messaggi che ci vengono inviati dalla psiche per segnalare che qualcosa non va. Sono comunicazioni di un disagio, emergenze che segnalano che vi è una sofferenza e che le regole che hanno funzionato fino a quel momento, ora vanno riviste e rinegoziate. Individuo 3 percorsi a seguito del processo di illusione-delusione:

  • elusione della crisi: percorso messo in atto per evitare i vissuti di delusione; ciclo ripetitivo e spesso insoddisfacente, sempre uguale, basato sulla negazione e a volte sulla comparsa di sintomi fisici e psichici a ricordare che qualcosa non va; 
  • ingresso nel circuito della delusione: comparsa di sintomi nel sistema: uno dei partner oppure uno dei figli presenterà un sintomo mai espresso prima, che segnala l’esistenza di un problema e la necessità di intervenire psicologicamente;
  • accettazione della realtà propria e dell’altro, ricontrattazione e comparsa di nuova energia a seguito della decisione, a volte anche razionale, di restare insieme, a patto di non sentire l’altro come nemico e di collaborare a una vita creativa e di soddisfazione.

Maria e Carlo
Maria, dopo dieci anni di legame, ha voglia di separarsi. Non si sente vista, non è più curiosa del compagno, la sera non ha voglia di tornare a casa, nei fine settimana non ha voglia di organizzare qualcosa di speciale. Contemporaneamente ha paura di questo “nuovo” moto del suo animo: lavora ma non è autonoma sotto il profilo economico, e poi ci sono i figli e non vuole farli soffrire. Il suo compagno Carlo si è adattato al livello minimo di relazione, sembra soddisfatto così: televisione, partite di calcio da commentare, la domenica pomeriggio dai rispettivi genitori. Ogni volta che Maria pensa alla “libertà” possibile si sente rinascere, ma anche in colpa e spaventata, finché un giorno non viene sopraffatta da un attacco di panico che la lascia stordita e terrorizzata. La donna viene in seduta accompagnata dal compagno: con fierezza mi dice di aver bisogno di lui, di non poterne fare a meno, la deve accompagnare ovunque perché senza di lui è perduta. Non resta con Carlo perché lo ha scelto, perché ha superato la propria crisi personale, ma perché ne ha bisogno, indecisa – penso – se esplicitarlo o meno. Ora che lei ha questi attacchi di panico, è il bisogno a organizzare la loro relazione e a permettere alla coppia di rimanere insieme nel tempo. Certo, lei deve continuare ad avere i propri sintomi, almeno ogni tanto, almeno per non sentire il bisogno di fuggire, ma non ne è consapevole. Gli attacchi di panico sembrano una buona occasione per rimanere insieme senza sceglierlo e senza migliorare la relazione.

Agata e Tommaso
Agata e Tommaso hanno avuto un colpo di fulmine che li ha portati a vivere insieme e poi a sposarsi con grande fretta e passione. Fretta di stare insieme, di amarsi, di darsi reciprocamente attenzione e cura. Così come velocemente si sono amati, altrettanto velocemente si sono stabilizzati in un ménage distante, che definiscono «freddo». Vengono in terapia per “alzare il termostato”, ma presto ci accorgiamo che, malgrado le lamentele esplicite, ciascuno dei due è più contento di quanto dichiari della distanza a cui “ballano”. Si sono ingaggiati in un cosiddetto “contratto fraudolento” nel quale ciascuno dei due ama l’altro proprio non amandolo “troppo”: sembrano organizzati da una massima condivisa che recita «Se mi ami, non amarmi» (Elkaïm, 1992). Ognuno di loro due ha subito traumi nell’infanzia: Agata la morte precoce del padre quando aveva un anno; sua madre si è poi ricostruita una famiglia poco dopo, con altri figli da amare. Tommaso è vissuto in una famiglia in cui il padre era alcolista e la madre spesso depressa. Ciascuno dei due ha alimentato la paura di sentirsi in balia degli altri se si fidava e si investiva senza garanzie; ciascuno dei due ha imparato a stare sulle proprie gambe molto precocemente. Nella relazione, ognuno di loro due ha paura a consegnarsi e fidarsi. Lo hanno potuto fare nel momento dell’innamoramento, che sapevano temporaneo. Quando lo hanno fatto su richiesta della terapeuta, a turno hanno provato sintomi che non avevano mai avuto prima: Agata si è sentita invasa da pensieri ossessivi sulla pulizia e Tommaso ha aumentato la paura degli aerei e dei treni. Sembravano darsi il cambio, uno dei due stava male ogni volta che l’altra chiedeva maggiore vicinanza e intimità. L’eccesso di difesa, la fobia dell’intimità sembrano incongruenti con l’amore che hanno provato l’una per l’altro, ma appare coerente con la loro storia di vita e con le paure a seguito delle loro esperienze infantili. In terapia concorderemo sulla necessità di “scaldare” la relazione, ma con cautela, con estrema cautela, e solo dopo aver preso le distanze dalla storia di abbandono e disattenzioni infantili e aver recuperato la fiducia in sé stessi. La giusta distanza in amore, infatti, non è definita dall’esterno, ma spesso contrattata inconsapevolmente dai partner in giochi relazionali che possono anche non essere consapevoli.

Una coppia che chiede aiuto si mostra bloccata nella sua rappresentazione della coppia stessa e di ciascuno dei partecipanti. Usualmente ripete le soluzioni che si sono già dimostrate fallimentari, reificando un circolo vizioso che si incista sempre più. Ciascuno dei due è poi molto impegnato a cercare di cambiare l’altro e non considera la propria partecipazione al gioco in atto. 

Ben e Sandro

Ben e Sandro non comunicano più tra loro. Le parole permettono di perturbare copioni già scritti, di modificare i vissuti e i comportamenti, ma tra loro ci sono sempre meno parole, sempre più accuse e rivendicazioni. «Te ne andrai, mi lascerai, mi abbandonerai», se lo ripetono esplicitamente o mentalmente a turno, spaventati e rancorosi. Con le parole si sono spenti anche la magia del rapporto e il loro desiderio. Ciascuno dei due vorrebbe vedere il desiderio negli occhi dell’altro, ma nessuno dei due investe sul proprio, nessuno dei due va verso l’altro.
Ognuno valuta e critica i comportamenti del partner, ma nessuno dei due si impegna a ottenere ciò che non sa di volere e non osa raggiungere. Si sono persi come individui e sentono la coppia come una minaccia e una prigione. Alla relazione danno la responsabilità di sentirsi “addormentati”. Accusano che la mancanza di curiosità verso sé stessi e verso l’altro, curiosità che potrebbe diventare un ponte da attraversare e riattraversare più volte. L’attrazione implica infatti una danza reciproca e loro hanno smesso di danzare. È una trappola relazionale quella di non raccontare niente di sé all’altro e di recriminare la distanza dell’altro; è un modo efficace per distanziare l’altro addossandogli la colpa. In realtà, nessuno dei due si assume più la responsabilità per la relazione (Telfener, 2015) e ciascuno è diventato “fobico” dell’altro, che viene considerato un nemico.

Una nuova parte di sé 
L’ultimo esempio si riferisce a una situazione relazionale assai frequente in questa epoca ipermoderna. Si tratta di un tradimento in cui la donna tradisce non perché non ami il suo compagno, ma perché con il nuovo amante è in grado di esplorare una parte di sé creativa che non ha mai incontrato prima. Uno spazio/tempo parallelo che per lei non mette in crisi il rapporto primario, la cura della coppia originaria, la loro sessualità ricca. Il tutto finché l’uomo non se ne accorge e non mette in crisi il rapporto. Il tradimento ha a che fare con un rinnovato desiderio di ricevere attenzioni e di esplorare parti nuove di sé, anche sessuali. Per lei, tradire non è un attacco alla relazione, bensì un percorso parallelo tutto suo, privato, personale, nascosto. Tradisce per allontanarsi da chi era diventata, per cambiare, per esplorare nuovi aspetti di sé. La donna chiederà di venire in terapia con il marito, che ha sviluppato – “inaspettatamente” – una paura irrazionale di inghiottire e sintomi ipocondriaci. Per rassicurarlo si dichiara pronta a interrompere il rapporto con l’amante, che afferma di non amare, desiderando riguadagnare la fiducia del marito. Non vuole perderlo e desidera essere perdonata.

Le coppie si scelgono con uno stesso livello di individuazione dalle famiglie di origine e dal mondo, ma poi non proseguono all’unisono, uno dei due matura più velocemente e così le aspettative e i desideri non sono più allineati. Non sempre la crescita individuale e la crescita nella relazione di coppia coincidono; per questo e per altre ragioni le coppie sono sempre più spesso a termine. L’amore sta nei gesti e nei comportamenti mediante cui si esprime. Si tratta di un atto di volontà, si tratta di un’intenzione e di un’azione. La volontà implica anche una scelta: non siamo obbligati ad amare, scegliamo di farlo, perché quando amiamo esprimiamo apertamente e onestamente cura, affetto, responsabilità, rispetto, impegno, fiducia, anche desiderio. Ad amare si impara; l’amore è il privilegio delle persone libere.

Le fasi della vita di una coppia
Quando due persone si incontrano e si piacciono nasce una storia nuova tutta da scrivere, ricca di potenzialità e di vincoli. Dopo l’incontro, le coppie passano attraverso delle fasi che sembrano trasversali alla loro storia e simili per tutte le relazioni importanti.

  • Fase dell’illusione: è la prima fase, quella dell’incontro, della formazione della coppia, dell’investimento nel Noi. È un periodo di collusione: ciascuno dei due si rispecchia negli occhi dell’altro e tende a cercare i punti di accordo. I livelli delle regole e dei bisogni combaciano.
  • Fase della delusione (inevitabile): la quotidianità entra nella vita della coppia, le famiglie di origine intrudono, la nascita dei figli è desiderio e responsabilità, le beghe lavorative e le ambizioni di carriera complicano, la fatica del triplo lavoro per le donne (figli e casa, lavoro fuori, famiglie d’origine da accudire…) stanca; tutte queste cose rendono difficile far combaciare il dentro con il fuori, diventa necessario fare i conti con il reale, con nuove regole, con una ridefinizione dei ruoli. In questa fase tante coppie si separano, cercano all’esterno una nuova idealizzazione e rischiano di passare a un’altra relazione in cui, di nuovo, vivranno le stesse dinamiche. Le coppie più fortunate e più consapevoli propongono una rinegoziazione e riescono a incontrarsi ancora.
  • Fase della disillusione e rinegoziazione: consente nuove distanze e ruoli diversi, una riscrittura del copione che li aveva uniti fino a quel momento, una rottura della narrazione usuale e l’introduzione di differenze. È una fase generativa che può portare la coppia a migliorare la relazione e a restare insieme.

Umberta Telfener, psicologa per la salute, è didatta del Centro milanese di Terapia della famiglia e membro del board dell’European Family Therapy Association - Training Institutes Chamber (EFTA-TIC).


Riferimenti bibliografici

Elkaïm M. (1992), «Se mi ami, non amarmi» (trad. it.), Bollati Boringhieri, Torino.

Telfener U. (2015), La manutenzione dell’amore, Castelvecchi, Roma.

Telfener U. (2018), Letti sfatti, Giunti, Firenze.

 

Questo articolo è di ed è presente nel numero 278 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui