Non solo i gruppi sociali in cui siamo inseriti influenzano molti aspetti della nostra identità, ma ognuno di noi contiene anche dentro di sé molteplici relazioni interiorizzate. Ecco perché il pensiero di gruppo permette di connettere sviluppo individuale e coesione sociale.

gruppalmente.jpg

Ogni individuo è un gruppo: affermazione apparentemente paradossale ma allo stesso tempo reale che mette in luce il fatto che in ogni individuo albergano i gruppi che lo hanno fabbricato e formato.

Qualcosa che già Freud aveva intuito quando affermava che l’Io non è padrone nemmeno in casa propria e che Lacan riprende concependo l’Io alla stregua di una cipolla le cui foglie rappresentano le identificazioni che ci hanno costituito.
Non esiste, pertanto, un’essenza universale che chiamiamo “uomo” ma, come direbbe Heidegger, «l’esistenza precede l’essenza». A partire da questi insegnamenti Diego Napolitani (1987) coniava l’espressione “gruppalità interne” per definire tutte quelle relazioni interiorizzate che albergano in ciascun individuo.

Sebbene, pertanto, tutta la nostra esistenza sia contrassegnata da gruppi che abitiamo e che ci abitano, l’interesse scientifico verso di essi è stato segnato per un lungo periodo da forti resistenze scaturenti dal fatto che il gruppo tende a generare negli individui fantasie di frammentazione e di insicurezze. L’Altro, di cui ciascuno di noi necessita per la propria sopravvivenza, costituisce anche una presenza perturbante che può scompaginare il nostro equilibrio.

Alla luce di queste resistenze insite nell’Alterità, dobbiamo attendere il 1904 per ritrovare il primo utilizzo del gruppo a scopo clinico allorquando Pratt, un medico internista di Boston, mise insieme i suoi pazienti affetti da tubercolosi riscontrando che questi incontri di gruppo avevano un duplice effetto terapeutico: sul decorso della malattia e sul morale dei pazienti.

ALL’ORIGINE DELLA “NOITÀ”

Sulla scia della nostra premessa, possiamo affermare che la nostra mente è gruppale sia a livello ontogenetico che filogenetico e costitutivo. La nostra vita è, infatti, sin dalla nascita intenzionata da una storia che ci viene trasmessa attraverso le parole, gli affetti, le emozioni che costituiscono il riassunto di tutta la nostra cultura. La nascita della nostra identità precede il momento della fecondazione: la nascita di una vita avviene prima che lo spermatozoo del padre incontri l’ovulo della madre; un figlio nasce – o per meglio dire dovrebbe nascere – innanzitutto nella mente dei genitori. Il destino di un figlio sognato, desiderato, agognato, atteso dai genitori probabilmente sarà differente dal destino di un figlio non voluto ma che viene ugualmente alla vita.

COSA È UN GRUPPO E COSA CHIAMIAMO GRUPPO

Definire in modo univoco un gruppo risulta un’operazione impossibile. L’unica operazione conoscitiva possibile (certamente meno ambiziosa ma scientificamente più corretta) è quella di affrontare la questione gruppo delimitando per prima cosa il campo di riflessione e d’intervento e, successivamente, provare non solo a chiedersi cos’è un gruppo ma anche cosa chiamiamo gruppo in quello specifico contesto (empirico e/o di intervento) nel quale stiamo adoperando il termine.

Chiamiamo gruppo un costrutto della mente, un’organizzazione mentale, un operatore psichico, un sentimento di appartenenza, un’emozione e insieme, contemporaneamente a tutto ciò, anche un complesso reticolo di inter-relazioni psichiche tra persone che comunicano tra di loro da osservare da un punto di vista cognitivo e fenomenologico. Gruppo è nodo, groviglio, pluralità (Di Maria e Falgares, 2005).

PENSARE DI GRUPPO E PENSIERO DI GRUPPO

Alla luce degli insegnamenti che abbiamo ereditato da Enzo Spaltro, una distinzione importante quando parliamo di gruppi è quella tra pensare di gruppo e pensiero di gruppo. Potremmo immaginare il pensare di gruppo come un processo e il pensiero di gruppo come il risultato di tale processo. Ne consegue come un buon pensiero di gruppo necessiti di un buon pensare di gruppo, così come un buon lavoro di gruppo presuppone un buon gruppo di lavoro.

Attraverso il concetto di Noità, inteso come aspetto fondamentale del pensare di gruppo, è possibile stabilire una connessione tra lo sviluppo psichico individuale e lo specifico psichico gruppale. Nei livelli più elevati di maturazione, il Noi non viene più inteso unicamente come semplice stato intersoggettivo ma diviene il mezzo attraverso il quale un gruppo può funzionare. Si tratta di un livello di consapevolezza che, andando oltre la chiara visione del fatto che il gruppo è importante per lo sviluppo della vita psichica dell’uomo, raggiunge la convinzione che i bisogni profondi della vita mentale dell’individuo possono essere soddisfatti solo dal gruppo.

I GRUPPI IN PSICOLOGIA SOCIALE

I gruppi sociali sono definiti, già da Lewin, come un insieme di due o più persone che interagiscono reciprocamente e sono interdipendenti, nel senso che sono spinti dai propri bisogni e obiettivi ad affidarsi l’uno all’altro e a influenzare reciprocamente il comportamento.

La ragione per cui le persone si uniscono a gruppi sociali deriva dal fatto che ciò soddisfa molti bisogni umani fondamentali.

Un concetto importante è quello di coesione di gruppo, con il quale si intendono le qualità che uniscono insieme i membri di un gruppo e incoraggiano il reciproco gradimento. Più un gruppo è coeso più è probabile che i suoi membri restino all’interno del gruppo.

Generalmente ogni individuo all’interno di un gruppo ricoprirà un ruolo ben definito, dal quale ruolo ci si attende come un determinato soggetto debba comportarsi. Interessante il famoso esperimento di Zimbardo in cui ad alcuni soggetti venne casualmente assegnato il ruolo di prigioniero o di guardia carceraria. Il risultato di tale esperimento fu che questi finti ruoli sociali finirono con l’impossessarsi della vera identità dei soggetti che parteciparono all’esperimento.

IL GRUPPO COME DISPOSITIVO DI CURA

Se la psicoterapia psicodinamica individuale ha dovuto fronteggiare un atteggiamento quantomeno scettico da parte di una fetta della comunità scientifica, la questione si complessifica se spostiamo lo sguardo nei riguardi dei trattamenti gruppali.

La psicoterapia di gruppo sta iniziando soltanto negli ultimi anni a dimostrare, anche da un punto di vista della ricerca empirica, la sua efficacia clinica.

È quantomeno curioso e meritevole di riflessione il fatto che sebbene la psicoterapia di gruppo sia largamente diffusa in Europa e in Nord America, in particolare nei servizi pubblici in ragione del vantaggioso rapporto costi/benefici, le ricerche in questo campo siano esigue e talvolta poco chiare al punto tale che il gap tra ricerca empirica e clinica terapeutica assume proporzioni spaventose. Ciò ha portato alla diffusione di una curiosa equivalenza, relativa alle terapie di gruppo, tra l’essere poco studiate e il non essere efficaci (Lo Coco e Prestano, 2008).

A nostro parere tre nodi problematici stanno alla base di questi pochi studi empirici sulla psicoterapia di gruppo.

Il primo nodo riguarda la grande eterogeneità dei trattamenti gruppali, che rende arduo ogni possibile tentativo di sintetizzare in un’unica definizione la psicoterapia di gruppo. In psicoterapia, infatti, si utilizzano gruppi che si differenziano nel formato (da quattro a venti pazienti), nella durata della terapia (breve termine, lungo termine, tempo limitato), negli obiettivi (psicoterapeutici, riabilitativi, psico-educativi), nella composizione (eterogenei/omogenei), nella struttura (manualizzati, direttivi, orientati al processo), nell’orientamento (cognitivo-comportamentali, interpersonali, eclettici, psicodinamici, analitici, gestaltici, umanistici, eccetera).

Il secondo nodo problematico concerne un discorso prettamente economico. Negli Stati Uniti e in altri paesi vi è una costante pressione delle compagnie assicurative nei riguardi dei trattamenti a breve termine che, talvolta, godono di erogazioni a scapito dei trattamenti di gruppo a lungo termine, i quali restando esclusi da tali agevolazioni, vedono ridotte le possibilità di ricerca in tale ambito.

Infine il terzo nodo problematico risiede nelle difficoltà di natura metodologica che insorgono nel momento in cui intendiamo realizzare un disegno di ricerca che valuti l’efficacia clinica di una psicoterapia di gruppo ad orientamento psicodinamico e a lungo termine. Difficoltà che derivano, da un lato, dalla complessità delle variabili in esame e della loro difficile operazionalizzazione e, dall’altro, dalla durata del trattamento che solleva problematiche in termini di validità interna: quanto si può inferire che i cambiamenti dei pazienti dopo tre anni di terapia siano legati esclusivamente all’efficacia del trattamento? Come si possono controllare le diverse variabili intervenienti che inevitabilmente agiscono in un tempo così lungo?

EFFICACIA CLINICA DELLA PSICOTERAPIA DI GRUPPO: QUALI DIREZIONI FUTURE?

Che le psicoterapie di gruppo godano di una buona efficacia clinica (effectiveness) è stato ampiamente dimostrato soprattutto dalle ricerche degli ultimi trent’anni; pertanto, a nostro avviso, oggi l’interrogativo al quale come ricercatori e come clinici siamo tenuti a rispondere non è tanto se funzionino o meno (si è visto infatti che funzionano) ma semmai: «con chi e a quali condizioni?».

Ad oggi, anche se la ricerca ha verificato l’importanza di alcuni elementi quali la coesione, l’alleanza terapeutica, il clima e l’empatia, non è ancora sufficientemente consolidato e compreso come questi fattori si sviluppino nei gruppi e in quali condizioni influenzino positivamente la buona riuscita della terapia. Ci sembra quindi di potere parlare della ricerca in terapia di gruppo come di un percorso ancora in fieri, ma con prospettive promettenti, come hanno anche evidenziato le più autorevoli rassegne internazionali (la più recente: Burlingame e Strauss, 2021).

Tre considerazioni per concludere.

Sembra ormai ampiamente consolidato dalla letteratura che una buona selezione dei pazienti da inserire in gruppo è alla base di un buon esito terapeutico. Già Malcolm Pines affermava che il gruppo nasce ed esiste, innanzitutto, nella mente dello psicoterapeuta a testimoniare l’importanza dedicata alla fase di fondazione di un gruppo. Inoltre il gruppo va pensato per il paziente e non il contrario.

Il “paradigma della complessità” non può divenire un alibi per non fare ricerca o per farla male. È vero che occuparsi di ricerca empirica in psicoterapia di gruppo a lungo termine è sicuramente un’operazione “complessa”; le variabili sono molteplici, ma lo sforzo e la direzione da seguire devono essere quelli di riuscire a elaborare disegni di ricerca sempre più complessi e sofisticati che siano in grado di valutare i diversi livelli presenti nei trattamenti di gruppo.

L’ultima considerazione riguarda il tema della verità. Cos’è la verità? È corretto utilizzare questo termine quando ci riferiamo a scienze soft come la psicologia? Noi crediamo che proprio questa ricerca affannosa della verità abbia creato molti danni. Al fine di perseguire la verità, la metodologia si è molto affinata, ma affinare una metodologia significa semplificare, ridurre l’oggetto di studio. Il vero problema è il contrasto derivante dal riduzionismo metodologico confrontato con la complessità clinica. Il luogo della psicoterapia non è il luogo della scoperta della verità, ma è il luogo in cui dimorano il dubbio e l’incertezza, è il luogo dove dobbiamo imparare a sostare in questo dubbio e in questa incertezza senza impazzire. In psicoterapia non si scopre la verità, al massimo si comprende qualcosa di vero. La scienza fenomenologica, per esempio, da questo punto di vista afferma che dobbiamo transitare dal registro della spiegazione a quello della comprensione. In psicoterapia ciò che l’Altro racconta può farmi piangere perché mi risuona dentro, perché sfiora una mia corda emotiva fragile. Non crediamo però sia utile provare a misurare l’intensità di quanto quella corda abbia risuonato, quanto piuttosto raccogliere quel pianto e provare ad attribuirgli un senso.

Crediamo che queste considerazioni, scaturite dall’esperienza clinica, siano generalizzabili all’uso dei gruppi anche in altri contesti in cui la psicologia contemporanea può avvalersene con profitto.

 

Franco Di Maria è psicoterapeuta, gruppoanalista e professore emerito di Psicologia dinamica presso l’Università degli Studi di Palermo. Pioniere e studioso affermato, tra le altre, di tematiche come psicologia per la politica, psicologia della convivenza, psicologia del benessere, psicologia del fenomeno mafioso, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

Ivan Formica è psicoterapeuta, gruppoanalista e professore associato di Psicologia dinamica presso l’Università degli Studi di Messina. Direttore dell’IPP (Istituto Psicoanalitico lacaniano di formazione in Psicodramma freudiano), è autore di molteplici pubblicazioni scientifiche.


Bibliografia

Burlingame G. M., Strauss B. (2021), «Efficacy of small group treatments: Foundation for evidence-based practice». In M. Barkham, W. Lutz, L. G. Castonguay (a cura di), Bergin and Garfield’s Handbook of Psychotherapy and Behavior Change (7th Ed.), Wiley, New York.
Di Maria F., Falgares G. (2005), Elementi di psicologia dei gruppi, McGraw-Hill, Milano.
Formica I. (2012), «La ricerca empirica in psicoterapia di gruppo: stato dell’arte e direzioni future», Narrare i gruppi, 7 (2).
Lo Coco G., Prestano C. (2008), «La ricerca in psicoterapia di gruppo: punti di forza e di debolezza». In G. Lo Coco, C. Prestano, G. Lo Verso (a cura di), L’efficacia clinica delle psicoterapie di gruppo, R. Cortina, Milano, pp. 3-24.
Napolitani D., (1987), Individualità e gruppalità, Bollati Boringhieri, Torino.

 

 

Questo articolo è di ed è presente nel numero 287 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui