Gelosia tra fratelli

All’interno della famiglia, la nascita di sentimenti di gelosia da parte del primogenito o anche dei fratelli più piccoli è piuttosto comune e legata allo sviluppo del sé.

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La gelosia è un’emozione complessa che, a differenza delle emozioni primarie come rabbia o paura, non viene sperimentata fin dai primi mesi di vita. Essa richiede infatti un certo grado di sviluppo cognitivo, emotivo e sociale, e in particolare di sviluppo del Sé. Per provare gelosia il bambino deve avere raggiunto un sufficiente grado di consapevolezza di sé, condizione indispensabile per poter temere che un altro fratello possa sottrargli le attenzioni dei genitori, in particolare della madre. Questa consapevolezza è a sua volta legata allo sviluppo cognitivo, nello specifico a quella conquista, caratteristica solo della specie umana, che avviene intorno ai 18-24 mesi e che segna uno stacco qualitativo tra l’intelligenza precedente, definita “percettivo-motoria”, e quella seguente, definita “rappresentativa”. Si tratta della capacità di pensiero, cioè di avere un’immagine mentale della realtà svincolata dal dato percettivo. È la capacità di sapersi rappresentare un oggetto anche quando questo non è più presente; da essa discende tutto lo sviluppo cognitivo seguente. 

La conquista di questa capacità cognitiva rappresenta il salto di qualità, avvenuto lungo la filogenesi, tra l’intelligenza pre-umana e quella specificamente umana, vale a dire tra le scimmie antropomorfe e noi. È una capacità dallo sviluppo graduale, che apre non solo all’immaginazione e alla fantasia – che trovano ampia espressione nel gioco simbolico – ma anche al linguaggio e alla riflessione su di sé e sulla propria esperienza. Per quanto lo sviluppo del Sé inizi alla nascita, è solo in questo periodo che si arriva a una vera e propria consapevolezza di sé stessi; nella sua conquista svolge una funzione essenziale il linguaggio, che permette di pensare sé stessi e di riflettere sia sulla propria esperienza sia sul comportamento altrui.

È quindi a partire da quest’età che i bambini possono provare emozioni sociali complesse, che proprio per questa ragione sono state definite “emozioni del Sé”; tra esse troviamo, insieme alla gelosia, l’orgoglio e la vergogna: emozioni che possono trasformarsi in sentimenti stabili nel tempo e che richiedono una rappresentazione di sé sufficientemente strutturata, all’interno di un’esperienza di vita che si realizza in una rete sociale articolata.

 LA GELOSIA IN FAMIGLIA 

La famiglia è il luogo privilegiato per lo sviluppo della gelosia, dal momento che in essa i fratelli si trovano a dividere le stesse figure di attaccamento, vale a dire i genitori e in primo luogo la madre. Sono figure basilari per il loro sviluppo non solo psicologico ma anche fisico, aspetti che sono peraltro strettamente connessi tra loro. I bambini, per poter crescere, hanno necessità di costruire un legame affettivo con una persona stabile e responsiva: in concreto una persona che si occupi di loro amorevolmente, li accudisca, li soccorra in caso di bisogno, funga da base stabile e certa per l’esplorazione del mondo circostante, fisico e sociale. Questa figura è innanzitutto la madre, che è affiancata dal padre e in misura minore anche da altri adulti, come i nonni. L’esperienza psicologica della gelosia rappresenta un segnale di allarme nei confronti del pericolo, non importa se reale o immaginario, di poter perdere tale figura di attaccamento, condizione che mette a rischio la stessa sopravvivenza fisica del bambino. 

In particolare, nella società attuale, la famiglia nucleare è caratterizzata da pochi figli e da una relazione tra questi e i genitori improntata a un forte coinvolgimento emotivo. I dati ufficiali ISTAT rilevano che nel 2018 le coppie con due figli erano il 41.5%, quelle con un solo figlio il 47.8%, mentre solo il 10.7% aveva tre o più figli. In questo contesto la gelosia può trovare facilmente spazio: la situazione tipica è quella in cui il primogenito deve far fronte alla nascita di un fratellino o di una sorellina. Il bambino o la bambina vedono mutare in modo radicale la loro vita per la presenza di un neonato che assorbe necessariamente molte attenzioni e molte cure. Si tratta di una condizione molto diversa da quella di un bambino che ha già un fratello o una sorella, e a cui nasce un nuovo fratellino; essa richiede infatti una ristrutturazione sostanziale della famiglia, della sua organizzazione, e quindi anche del rapporto del primo nato con i genitori e con tutto l’ambiente famigliare. 

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In questa situazione il primogenito si vede spodestato dalla sua posizione di figlio fino a quel momento unico, per condividere le attenzioni – anzitutto della madre, ma anche del resto della famiglia – con il nuovo nato. Per il primogenito, il fatto che la mamma si occupi intensamente del fratellino neonato può essere vissuto con allarme, come segno del pericolo che lei non gli voglia più bene come prima e che lui rischi di perdere la figura di attaccamento principale a causa del nuovo arrivato. Il fatto che il neonato richieda tali attenzioni per la sua condizione di vulnerabilità, maggiore di quella del fratello o della sorella più grandi, non è una ragione facilmente comprensibile da un bambino molto piccolo (per esempio di 3 anni), e anche per un bambino più grande la capacità di comprensione cognitiva può essere messa temporaneamente fuori gioco dal forte coinvolgimento affettivo.

La gelosia può portare a desiderare di avere le stesse caratteristiche del fratellino che ottiene l’affetto materno: si apparenta in questo modo all’invidia, che è caratterizzata dal desiderare di avere ciò che un altro possiede. Può così accadere che il più grande cerchi di comportarsi da neonato, cioè allo stesso modo di chi ottiene così tante attenzioni. Le regressioni che spesso accompagnano la nascita di un fratellino, come bagnare il letto o riprendere a usare il ciuccio, non rappresentano soltanto un meccanismo di difesa, attraverso il rifugio in una condizione precedente e confortante perché nota e quindi psicologicamente meno impegnativa. Esse possono anche rappresentare dei modi per comportarsi come il piccolo “intruso” e tentare di ottenere in questo modo le attenzioni dei genitori, in particolare della madre, così come le ottiene il neonato.

 ALCUNI PREGIUDIZI 

Nonostante la facilità con cui le dinamiche, spesso sovrapposte, di invidia e gelosia hanno modo di svilupparsi in famiglia, cioè in un contesto in cui due genitori si occupano di più di un figlio, la gelosia può non sorgere oppure essere lieve o passeggera. La convinzione che essa sia ineluttabile non fa altro che alimentarla, trasformandola in una profezia che si autoavvera, tanto attesa e temuta da essere inconsapevolmente favorita. Si arriva in questo modo al risultato paradossale che essa viene allo stesso tempo sia sottolineata, e in un certo senso coltivata, sia rifiutata come emozione sconveniente che “non sta bene” esprimere. Si finisce così per cogliere ogni piccolo indizio, con il rischio di interpretazioni distorte, poiché si riconduce tutto il comportamento del figlio alla gelosia per la nascita del fratellino, quando esso può avere origini diverse, per esempio nel contesto della scuola dell’infanzia. Allo stesso tempo, però, non si permette al bambino di esprimere il suo disagio e la sua sofferenza, soprattutto a livello verbale, nell’implicita convinzione che tra fratelli debbano esistere solo sentimenti positivi di affetto e la gelosia non sia accettabile. 

Agisce in questi casi un atteggiamento frequente nei genitori di oggi, che vorrebbero preservare i bambini dalle emozioni negative, cui non sanno come far fronte quando queste inevitabilmente si presentano. È l’illusione di poter vivere in una famiglia da favola o da perenne spot pubblicitario, immune da tensioni e momenti critici. Si arriva al caso estremo di genitori che rinunciano ad avere un secondo figlio, come sarebbe loro desiderio, per timore delle reazioni di gelosia del primogenito. Si dimentica che le emozioni negative non solo non possono essere evitate, ma svolgono perdipiù un ruolo utile nello sviluppo del bambino, a partire dalla definizione di Sé e delle proprie capacità; questo a condizione che siano adeguate alle capacità di superamento del bambino e siano ben affrontate con l’aiuto dell’adulto.

Anche la gelosia può essere occasione di sviluppo personale: permette di capire meglio chi si è e quali sono le proprie differenze dagli altri, aiuta a mobilitare difese positive nei confronti della paura di perdere l’affetto, aiuta a capire che i genitori sono sempre un saldo punto di riferimento.

Abbiamo parlato finora della condizione del primogenito. Anche il secondo figlio, che fin da quando nasce si trova a doversi confrontare con un fratello o una sorella più grandi, che hanno goduto per un certo periodo delle attenzioni esclusive del genitore, può sviluppare nel tempo sentimenti di gelosia. Alla base vi è sempre il timore di perdere l’affetto delle figure di attaccamento, che si concretizza nella paura che questi prediligano il fratello o la sorella per le loro presunte maggiori qualità, che vengono di conseguenza invidiate in un quadro psicologico in cui la stima di Sé è scarsa.

Un’altra convinzione diffusa è che la gelosia duri per sempre. Questa credenza si basa su un’implicita concezione deterministica dello sviluppo infantile, anch’essa per lo più inconsapevole. In base a questo modello, gli atteggiamenti e i sentimenti che si sviluppano in età precoce sono immodificabili e determinano i comportamenti delle età successive. Di conseguenza, se un bambino era geloso del fratello o della sorella nei primi anni di vita, come primogenito o secondogenito, lo sarà per sempre. Non è così, perché, per quanto importanti in una fase di massima plasticità neuronale e psicologica, i vissuti infantili possono essere trasformati dallo sviluppo e dalle esperienze seguenti, sia in famiglia che fuori. Può quindi accadere che fratelli gelosi da piccoli trovino nella fanciullezza o in adolescenza modalità di relazione più serene. 

 LA GRANDE DIVERSITÀ DEI VISSUTI 

I vissuti dei bambini nei confronti dei fratelli sono diversissimi, come ciascuno può constatare, e possono andare dalla più forte gelosia a sentimenti distesi di confronto e condivisione. Le variabili che entrano in gioco nel provocare la gelosia sono infatti numerosissime, e il loro complesso intrecciarsi spiega la grandissima diversità di reazioni dei bambini, qualunque sia l’ordine di genitura. Non è quindi possibile stabilire, rispetto alla gelosia, delle costanti, né individuare comportamenti tipici; occorre, al contrario, guardare a ogni situazione con mente aperta, senza volere a tutti i costi trovare elementi ricorrenti. Oltre al temperamento del primogenito e alle relazioni che ha stabilito con i genitori, conta anche la differenza di età che esiste tra questi e il nuovo nato, così come il sesso dei due figli e il temperamento del secondogenito. Come abbiamo detto, per provare gelosia è necessario un certo grado di sviluppo del Sé; ciò significa che nascite molto ravvicinate, con una differenza di età all’incirca di meno di due anni, hanno minori probabilità di dar luogo a reazioni di gelosia; ciò non impedisce, peraltro, che essa possa manifestarsi in seguito. Ugualmente, anche nascite molto distanziate per età hanno minori probabilità di provocare gelosia, perché il primogenito ha ormai un’immagine di Sé maggiormente consolidata, dispone di maggiore autonomia, ha attività e interessi diversi, ha un più evoluto sviluppo cognitivo. Le esperienze dei due fratelli sono insomma maggiormente diversificate, sia in famiglia che fuori. 

Oltre a queste numerose variabili che entrano in gioco, il ruolo decisivo è svolto dall’atteggiamento e comportamento dei genitori nei confronti dei figli. Sono infatti i genitori a influenzare maggiormente la gelosia di un fratello verso un altro. L’influenza indiretta dei genitori nel favorire la gelosia è spesso inconsapevole ma non per questo meno potente. Essa si concretizza soprattutto nel fare confronti a favore di un figlio e a sfavore di un altro, nel sottolineare le qualità in modo unilaterale, nel dedicare attenzioni prevalenti, nel fare scelte (per esempio per quanto riguarda la scuola o le vacanze) che privilegiano un solo figlio. Le ragioni di tali preferenze possono essere molto varie, e andare dalle specifiche caratteristiche dei figli al diverso momento della storia familiare in cui questi sono nati. In ogni caso fa parte della responsabilità genitoriale valorizzare l’individualità di ogni figlio ed essere per lui base sicura di attaccamento.

Un’attenzione particolare meritano i rapporti tra i figli nelle famiglie ricostruite, in cui si trovano a convivere figli del precedente matrimonio di uno o di entrambi i genitori, o anche figli della nuova coppia. Queste situazioni determinano una profonda modificazione delle preesistenti relazioni tra fratelli, e tra questi e i genitori, e la necessità di costruirne di nuove. Tutto ciò provoca uno squilibrio che può essere ricomposto in modo armonico solo grazie alla disponibilità, a un buon equilibrio emotivo e alla competenza educativa dei genitori.

 SUGGERIMENTI UTILI 

Con i bambini piccoli usate le fiabe: impareranno che non sono i soli a provare questo sentimento e sarà l’occasione per esprimersi e parlarne con voi. Ma non fate domande inopportune e non forzate il bambino a parlare.

Sempre con i piccoli, favorite l’espressione attraverso il disegno, astenendovi però da qualunque interpretazione.

Date spazio al gioco del “fare finta”: i bambini spesso mettono in scena le situazioni famigliari che li toccano da vicino.

Con i più grandi ricorrete ai romanzi, alla letteratura e alla mitologia, dove gli esempi di gelosia, ma anche di solidarietà, tra fratelli abbondano.

 

Silvia Bonino è professore onorario di Psicologia dello sviluppo nell’Università di Torino. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo Amori molesti (Laterza, 2015). 

www.silviabonino.it


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bonino S. (2012), Quando i bambini sono piccoli, Fabbri, Milano.

Dunn J. (2012), Fratelli e sorelle (trad. it.), Armando, Roma.

Dunn J., Plomin R. (1997), Vite separate. Perché i fratelli sono così diversi (trad. it.), Giunti, Firenze.

Montanini Manfredi M. (2000), «Fratelli». In S. Bonino (a cura di), Dizionario di psicologia dello sviluppo, Einaudi, Torino.

Oliverio Ferraris A. (2005), Non solo amore. I bisogni psicologici dei bambini, Giunti Demetra, Firenze, 2019.

Silvia Bonino è professore onorario di Psicologia dello sviluppo nell’Università di Torino. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo Amori molesti (Laterza, 2015). 

www.silviabonino.it

Questo articolo è di Silvia Bonino ed è presente nel numero 276 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto