Fascino e trabocchetti della realtà virtuale

Alla luce delle ricerche neuroscientifiche, come cambiano l’esperienza della realtà e la formazione dell’identità infantile e giovanile in un mondo sempre più immerso nelle nuove tecnologie virtuali?

Fascino e trabocchetti della realtà virtuale

L’immersione in un mondo virtuale, sempre più verosimile, in grado di imitare alla perfezione la realtà e di porci al centro di essa, pone una serie di problemi che non riguardano soltanto il significato di “esperienza”, per lungo tempo legato a interazioni dirette e concrete, ma anche, come indica Rémi Sussan (2016), i confini della nostra identità e la veridicità della memoria. Più in particolare, il virtuale ci rimanda a un aspetto fondamentale delle esperienze infantili, quello di essere legate alla fisicità, alla concretezza, di non essere fondamentalmente esplicite ma tacite, vale a dire di essere “assorbite” senza che sia necessario esplicitarle.

A ciò si aggiunga un fatto che riguarda l’impatto che le immagini hanno sul nostro cervello, in gran parte impostato in termini visivi: questo impatto è tanto più coinvolgente quando entra in funzione un avatar, il DoppelgŠnger, in grado di immergerci in un mondo virtuale e di percepirne i dettagli attraverso sensori o tecnologie avanzate.

IL POTERE DELLE IMMAGINI

Per comprendere come la dimensione virtuale di un’esperienza possa aver presa sulla nostra mente, ricordiamo un classico esperimento che potrete facilmente ripetere. Sedetevi di fronte a un tavolo e appoggiatevi il braccio sinistro, che però dovete nascondere alla vostra vista con uno schermo, per esempio una pila di libri abbastanza alta. Un’altra persona siede alla vostra destra: anche il suo braccio sinistro è poggiato sul tavolo, ma in questo caso potete vederlo. Una terza persona, usando due pennelli da pittore, spazzola lievemente e simultaneamente e con la stessa cadenza – per esempio una pennellata al secondo – sia il palmo della vostra mano sinistra, dal lato del pollice, sia quello della persona al vostro fianco, ma in questo caso dal lato del mignolo. Come accade in quasi il 100% dei casi proverete una sensazione tattile nell’area della mano che vedete sfiorare dal pennello (la mano dell’altra persona), malgrado la vostra mano venga sollecitata in un altro punto. Non soltanto il vostro cervello ha un’errata rappresentazione del vostro corpo, ma state anche avendo una percezione extracorporea.

L’immagine corporea è perciò una costruzione fittizia e la mente può arrivare ad attribuirsi un corpo che non è suo e, ovviamente, essere influenzata da un’esperienza visiva, anche se legata all’immaginazione o al virtuale. Questo aspetto non è un fatto nuovo: sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’influente Compagnia di Gesù, può essere considerato uno dei primi teorici del potere delle immagini. Con i suoi “esercizi spirituali” Ignazio non voleva soltanto far sì che il penitente ricordasse e rivivesse, giorno dopo giorno, i peccati commessi, ma anche che la sua mente producesse immagini in grado di visualizzare le pene dell’inferno, in cui si vedevano i diavoli, si sentivano le urla dei dannati, si percepivano il fuoco, le sofferenze, i patimenti del castigo divino. Egli riteneva, infatti, e giustamente, che le immagini generate dalla mente avessero il potere di condizionarla. (…)

Questo articolo è di Alberto Oliverio ed è presente nel numero 256 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto