Famiglie adottive

Tra antiche ferite e nuove possibilità

L'adozione è la storia di un'opportunità che comincia con la perdita. La psicologia, spesso impegnata a lenire il dolore per la perdita offrendo rassicurazioni talvolta terribilmente semplificanti, deve porsi anche l'obiettivo di valorizzare le nuove possibilità.

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Elena rivolge al figlio uno sguardo irritato e deluso. Non riesce a comprendere come, dopo tutti gli anni trascorsi insieme e tutte le terapie affrontate, lei e quel ragazzo siano ancora tanto distanti. Non era così che aveva immaginato l'adozione. Si aspettava momenti difficili e dolorosi, ma non quel senso di estraneità e impotenza. Giovanni, il figlio, le risponde con un'occhiata di sfida. «Non me ne frega niente di essere qui ancora una volta, a parlare di tutto quello che non va in me», sembra dirle. Il terapeuta riesce quasi a toccare con mano il misto di rabbia e disillusione reciproche. Da un angolo della stanza, Mario osserva la moglie e il figlio con aria quasi distaccata. Troppe volte si è sentito spettatore di quel conflitto irrisolvibile. Aveva accettato di adottare Giovanni immaginando che ciò avrebbe completato la loro famiglia, invece si trova spesso a chiedersi se, assieme a suo figlio, non si stia allontanando anche sua moglie. 

Giovanni, Elena e Mario sono solo un esempio della scena che spesso, come terapeuti della famiglia, ci troviamo di fronte agli occhi lavorando con l’adozione. Molte famiglie adottive giungono alla terapia familiare come a un’ultima spiaggia, in cerca di un lieto fine che sembra sfuggir loro di mano un passo alla volta. Molti di questi genitori e figli, quando li incontriamo per la prima volta, si somigliano vagamente tra loro: una mamma arrabbiata e delusa, che trasuda un senso di intima solitudine; un figlio che ostenta menefreghismo anche a fronte di situazioni oggettivamente delicate; un padre in disparte, spettatore più o meno interessato di un piccolo dramma familiare che pare riguardarlo fino a un certo punto. La ridondanza con cui tale scenario si ripropone di fronte ai nostri occhi ci sollecita alcune domande. Cosa induce persone tanto diverse, e con storie tanto differenti, ad assumere posizioni tanto simili? Qual è il contributo della psicologia nel generare e mantenere tale ridondanza? È questo l’unico finale possibile per le famiglie adottive che giungono in terapia? (CONTINUA SULLA RIVISTA...)

Questo articolo è di Elisa Gusmini, Ferdinando Salamino ed è presente nel numero 260 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto