Empatia, neuroscienza applicata

Il modo in cui un individuo prova, esprime e regola le proprie emozioni ha un ruolo particolarmente importante nei rapporti sociali: i soggetti che riescono a regolare in maniera funzionale le loro emozioni sono quelli più empatici e più propensi a comportamenti socialmente positivi.

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 LA CONNESSIONE CON L’ALTRO 

«La nostra vita mentale è frutto di co-creazione, di un dialogo continuo con le menti degli altri, che costituisce la nostra matrice intersoggettiva» (Stern, 2005). Queste parole dello psichiatra Daniel Stern descrivono perfettamente la nostra naturale predisposizione all’essere in connessione gli uni con gli altri, dal primo all’ultimo respiro. Infatti, già durante i primi 6 mesi di vita è evidente il disagio del bambino quando il suo bisogno relazionale viene frustrato, seppur temporaneamente, come dimostrano gli esperimenti condotti attraverso il paradigma “still-face” (faccia-immobile) da Edward Tronick et al. (1978). Il neonato è attivo durante le interazioni ed è co-responsabile del tono affettivo dell’interazione. Nel corso della procedura sperimentale messa a punto da Tronick e colleghi, la madre, dopo un breve periodo di gioco con il bambino, diventa improvvisamente inespressiva e non risponde più alle richieste relazionali del piccolo, interrompendo il flusso comunicativo e affettivo. Il bambino mette in atto numerosi tentativi di auto-consolazione seguiti da altri per recuperare la relazione con la madre e lo scambio emotivo, manifestando, se la situazione non si modifica, segni di disagio che spesso terminano in un pianto disperato, salvo poi ritornare rapidamente a uno stato emotivo più sereno, non appena la madre torna a essere responsiva e recupera la sintonizzazione affettiva.

La comunicazione non è un processo che avviene a senso unico, anche quando il piccolo è un neonato, e la regolazione emotiva che la accompagna è un processo intersoggettivo. Il nucleo fondante dell’intersoggettività è costituito dalla percezione dell’emozione dell’altro, dal riconoscimento della stessa e dalla conseguente risposta appropriata, fenomeni che sono alla base dei processi empatici. Il concetto di intersoggettività trova nella scoperta dei neuroni specchio il rispettivo fondamento neurofisiologico, gettando le basi per una sua concezione come originaria condizione pre-verbale e pre-razionale che permette una connessione diretta e automatica con le azioni, le emozioni e le sensazioni altrui.

I neuroni specchio hanno la straordinaria proprietà di attivarsi sia quando eseguiamo un’azione, sia quando osserviamo la medesima azione eseguita da un altro, un meccanismo che vale anche per gli stati emotivi. Per esempio, l’esperienza del disgusto vissuta in prima persona e la vista di un’espressione facciale disgustata negli altri attivano la medesima area cerebrale, in tal caso l’insula anteriore. Questo processo non si serve di rappresentazioni mentali, ma è radicato nel corpo ed è alla base dell’imitazione, della capacità di capire l’altro e dell’empatia (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). Ovviamente, se questa condizione di risonanza non ci consentisse di distinguere ciò che proviamo noi da quello che provano le altre persone vivremmo in un perenne stato di agitazione, allerta e allagamento emotivo, ma i neuroni specchio sono capaci di discriminare tra noi e l’altro e non ci condannano a un mondo confuso e speculare: si attivano, infatti, in maggiore misura per le azioni che riguardano il sé, rispetto alle azioni che riguardano gli altri (Iacoboni, 2008). Inoltre, nel fascio cortico-spinale, accanto ai neuroni specchio dal comportamento classico, esistono dei neuroni che si attivano quando la scimmia compie una determinata azione, ma che si inibiscono quando la scimmia osserva la stessa azione. La scoperta del sistema specchio ha fornito una prova neurofisiologica della nostra naturale predisposizione a essere in relazione, un substrato neurale comune che costituisce un modello biologico elegante e attendibile delle relazioni intersoggettive e dell’empatia.

 IL CIRCUITO DELL'EMPATIA 

Grazie agli studi di neuroimaging e in particolare alla risonanza magnetica funzionale (functional Magnetic Resonance Imaging, fMRI), i neuroscienziati hanno individuato le aree cerebrali che hanno un ruolo centrale nei processi empatici.
Nel dettaglio, esse sono:

• la corteccia mediale prefrontale, un centro per l’elaborazione dell’informazione sociale che si attiva quando confrontiamo il nostro punto di vista con quello di qualcun altro e che nel corso di un’azione ne memorizza la valenza emotiva;

• la corteccia orbito frontale, il cui danno porta le persone a perdere la capacità di giudizio sociale, rendendole socialmente disinibite;

• l’opercolo frontale, che è coinvolto nella codifica degli obiettivi e delle intenzioni degli altri;

• il giro frontale inferiore, il cui danno rende difficoltoso il riconoscimento delle emozioni;

• l’opercolo frontale e il giro frontale inferiore, collegati al lobulo parietale inferiore e facenti tutti parte del sistema dei neuroni specchio che si attiva quando si esegue un’azione e quando si osserva la stessa azione eseguita da qualcun altro.

Fanno parte del circuito dell’empatia anche:

• la corteccia cingolata anteriore, che viene attivata quando proviamo dolore e quando lo osserviamo negli altri;

• l’insula anteriore, fornita di un ruolo negli aspetti corporei della consapevolezza di sé e coinvolta, per esempio, nell’esperienza emotiva del disgusto;

• la giunzione temporo-parietale, fondamentale per la distinzione sé-altro e rispondente quando giudichiamo le intenzioni e le credenze di un’altra persona;

• il solco temporale superiore, che è coinvolto quando stiamo monitorando la direzione dello sguardo altrui;

• la corteccia somatosensoriale, che si attiva durante l’esperienza tattile, ma anche quando osserviamo qualcuno che viene toccato, per esempio quando osserviamo un ago che punge la mano di un altro individuo: infatti, quando ci identifichiamo con il disagio di qualcun altro lo facciamo in modo decisamente sensoriale e non ci dobbiamo stupire dell’involontario sussulto che avvertiamo quando vediamo qualcuno farsi male né del fatto che, se è danneggiata, la nostra capacità di riconoscere le emozioni altrui è notevolmente ridotta; l’esperienza, tuttavia, modula la sua attività e non tutti avranno questa potente risposta empatica: paradigmatico l’esempio dei medici agopunturisti che mostrano un’attività della corteccia somatosensoriale ridotta nell’osservare un ago che penetra in vari punti del corpo;

• infine l’amigdala, situata sotto la corteccia, nel sistema limbico, e coinvolta nella regolazione delle emozioni e nell’apprendimento emotivo; essa ci indirizza a osservare gli occhi, che ci danno indizi fondamentali circa i pensieri e le emozioni delle altre persone. Una famosa paziente neurologica, S. M., che aveva subito danni ben localizzati in entrambe le amigdale, pur avendo capacità cognitive intatte, non era in grado di riconoscere le emozioni di paura sul volto degli altri (Baron-Cohen, 2012).

Come anticipato, tutte queste aree non sono collegate in modo semplice e lineare, ma attraverso una complessa serie di connessioni; e l’attività, in queste regioni, può variare nei diversi individui producendo comportamenti differenti, come se l’empatia fosse un importante dispositivo di modulazione tra la nostra predisposizione genetica, i fattori psicologici e l’ambiente esterno.

 LA MODULAZIONE DELLA RISPOSTA EMPATICA 

La sola percezione del comportamento e dell’emozione dell’altro attiva in noi i corrispondenti circuiti neurali: gli studi di neuroimaging hanno infatti dimostrato come addirittura la percezione del dolore degli altri attivi in noi le medesime aree cerebrali coinvolte nella nostra personale esperienza dolorosa. Tuttavia, esistono prove che questa risposta empatica involontaria possa essere modulata da una serie di variabili situazionali e disposizionali. Le ricerche in psicologia sociale hanno identificato alcuni di questi fattori, come la relazione esistente tra i soggetti, le disposizioni personali e il contesto in cui ha luogo l’interazione. Di conseguenza, se osservare il disagio di qualcuno a noi legato affettivamente esita in una preoccupazione empatica e in un comportamento di aiuto o in un atteggiamento di ritiro dalla situazione, ciò dipende dalla complessa interazione tra tutti questi fattori.

La regolazione emotiva sembra avere un ruolo particolarmente importante nell’interazione sociale e ha una chiara valenza adattiva sia per l’individuo che per la specie. È stato dimostrato che i soggetti che riescono a regolare più efficacemente le loro emozioni riescono più facilmente a essere empatici e a emettere maggiori comportamenti prosociali (Decety e Ickes, 2011). Gli individui che esperiscono in modo più intenso le emozioni, in particolare quelle negative, sono maggiormente predisposti allo stress e a una reazione emotiva avversa (per esempio, ansia o disagio) quando sono esposti alla percezione e al riconoscimento dell’emozione altrui.

Nel caso della percezione del dolore degli altri, l’abilità di regolare le proprie emozioni diventa di particolare rilevanza quando il discomfort espresso dall’altro rischia di diventare soverchiante. Per esempio, una madre allarmata dal pianto del proprio bambino di notte, deve far fronte e saper gestire il suo personale disagio con l’obiettivo di provvedere adeguatamente alla cura della prole. Un ulteriore fattore intrapersonale che può influenzare la risposta empatica è il background emozionale dell’osservatore. Per esempio, un umore depresso può condizionare il modo in cui percepiamo l’espressione delle emozioni negli altri. In modo simile, pazienti con una fobia sociale generalizzata hanno una maggiore attivazione dell’amigdala quando sono esposti a volti che esprimono rabbia o sdegno (Decety e Ickes, 2011). Inoltre, la risposta empatica viene modulata dalla valutazione del comportamento sociale altrui e dal genere dell’osservatore. Gli studi di Tania Singer e colleghi presso il laboratorio di Neuroanatomia funzionale dell’Università di Londra (2006) hanno ben illustrato questo meccanismo: i risultati mostrano che la risposta neurale al dolore dell’altro dipendeva da quanto la persona sofferente si era comportata correttamente durante un’interazione precedente con il soggetto sperimentale, e la reazione variava a seconda del genere del soggetto. Nel dettaglio, sia nelle donne che negli uomini, quando erano avvertiti che a ricevere lo stimolo doloroso era la persona comportatasi correttamente, si osservava un’attivazione di aree affettive come l’insula, il giro frontale inferiore e la corteccia cingolata anteriore. L’attivazione nei confronti della persona sofferente comportatasi scorrettamente era invece ridotta, ma mentre nei soggetti femminili la riduzione della risposta era modesta, in quelli maschili si notava una vera assenza di risposta.

Inoltre, a livello neurale, i soggetti maschili reclutano la giunzione temporoparietale (area che possiede un ruolo fondamentale nella distinzione sé-altro e nel separare la nostra prospettiva da quella di un’altra persona) più intensamente delle femmine quando devono valutare le loro emozioni in risposta a un’espressione emotiva di un’altra persona. Questo supporta la teoria che gli uomini abbiano la tendenza a mostrare in misura minore una condivisione emotiva rispetto alle donne. In altre parole, i maschi riescono a sopprimere più facilmente, rispetto alle donne, la reazione automatica di rispecchiamento emotivo (per esempio il dolore) se considerano inappropriata l’empatia nei confronti di un individuo che considerano scorretto. Queste differenze di genere sono in accordo con i dati per i quali alcune malattie psichiatriche, come i Disturbi dello Spettro dell’Autismo, il Disturbo di Personalità Antisociale e i disordini della condotta, caratterizzate da un deficit empatico, sono più comuni tra le persone di sesso maschile (Baron-Cohen, 2012).

La nascita di Empaticalab

Tra i fattori che influenzano le condotte empatiche, al di là degli aspetti automatici o volontari, vi è senza dubbio il contesto culturale di riferimento, che può favorire o inibire la tendenza ad attuare comportamenti prosociali, resi possibili dai meccanismi neurofisiologici che abbiamo descritto sopra.

Il contesto attuale, l’uso massiccio della tecnologia e l’influenza dei mass media possono far sentire l’individuo estremamente solo, seppure in connessione con tutto il resto del mondo davanti a una tastiera. Lungi dal demonizzare il progresso tecnologico e l’uso dei social network, accanto ai ritmi frenetici cui siamo sottoposti nella nostra società liquida – come direbbe Zygmunt Bauman – è però sempre più importante occuparsi della relazione vis-à-vis tra le persone, come contesto privilegiato di prossimità per la comprensione e il sostegno dell’altro accanto a noi. Negli ambiti lavorativi, in particolare, spesso le persone hanno la sensazione di sentirsi una minima parte di un meccanismo produttivo complesso a cui è richiesta efficienza assoluta e in cui il benessere relazionale del singolo passa in secondo piano. I costi del disengagement (disimpegno) sul lavoro, come effetto della solitudine relazionale, sono altissimi, in termini sia di efficienza aziendale che di salute psicofisica delle persone.

Empaticalab nasce come risposta a questo bisogno di relazionalità frustrato nei contesti professionali, ma non solo, e le sue promotrici – le dottoresse Silvia Castrogiovanni e Alessandra Rancati – hanno ideato un metodo con il proposito di coniugare gli aspetti scientifici a quelli più applicativi per migliorare il benessere personale e le relazioni nei contesti organizzativi. Noi autori del presente articolo, Pattini e Rizzolatti, siamo stati coinvolti per dare validità e rigore scientifico a queste iniziative e progetti di ricerca volti al miglioramento dell’empatia nei contesti professionali e personali.

Tutto ciò è reso possibile con la partecipazione di Giunti O.S. Psychometrics, che consente l’utilizzo e l’approntamento di nuovi strumenti per misurare e analizzare i comportamenti empatici. L’essere umano è “programmato” per entrare in relazione con gli altri e l’empatia è lo strumento principe per orientare il comportamento umano in modo che la qualità delle nostre interazioni si affini e migliori, fino a diventare il contesto privilegiato di benessere psicofisico e soddisfazione personale.

 

Elena Pattini, dottore di ricerca in psicologia, psicologa e psicoterapeuta, si occupa di verificare la scientificità dei contenuti delle attività di Empaticalab, coordinandone il comitato scientifico. Ha una consolidata esperienza in progetti di ricerca nell’ambito dell’autismo e dello stress familiare dal punto di vista psicobiologico.www.empaticalab.com

Giacomo Rizzolatti, è un neuroscienziato di fama internazionale, professore emerito nell’Università di Parma. È stato coordinatore del gruppo di scienziati che nel 1992 ha scoperto i neuroni specchio. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti prestigiosi, fra cui nel 2014 il Brain Prize e nel 2011 il premio Principe delle Asturie per la ricerca scientifica.


Riferimenti bibliografici

Baron-Cohen S. (2012), La scienza del male: l’empatia e le origini della crudeltà (trad. it.), Raffaello Cortina Editore, Milano.

Decety J., Ickes W. (2011), The social neuroscience of empathy, MIT Press, Cambridge.

Iacoboni M. (2008), Mirroring people, Farrar, Straus & Giroux, New York.

Rizzolatti G., Sinigaglia C. (2006). So quel che fai: il cervello che agisce ei neuroni specchio. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Singer T., Seymour B., O’Doherty J. P., Stephan K. E., Dolan R. J., Frith C. D. (2006), «Empathic neural responses are modulated by the perceived fairness of others», Nature, 439 (7075), 466-469.

Stern D. (2005), «Intersoggettività». In S. Person, A. M. Cooper, G. O. Gabbard (a cura di), Psicoanalisi teoria-clinica-ricerca (trad. it.), Raffaello Cortina Editore, Milano.

Tronick E., Als H., Adamson L., Wise S., Brazelton T. B. (1978), «The infant’s response to entrapment between contradictory messages in face-to-face interaction», Journal of the American Academy of Child Psychiatry, 17 (1), 1-13.

Questo articolo è di Elena Pattini, Giacomo Rizzolatti ed è presente nel numero 262 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto