È il futuro, più che il passato, a creare il nostro presente

Molto spesso, anche quando ci pare di scoprirlo, il futuro in realtà lo inventiamo noi. Per esempio, mediante le profezie che si autoavverano.

 

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Blaise Pascal, da sottile osservatore dell’animo umano, scrive nei suoi Pensieri: «Affinché le passioni non ci nuocciano, dovremmo pensare di avere solo otto giorni di vita». Con questa sorprendente indicazione il grande persuasore crea uno scenario ove il futuro influenza il presente orientandolo verso l’essenziale della vita del soggetto messo di fronte alla sua imminente dipartita. Ovvero proietta una prospettiva che fa leva su un futuro a termine, tale da influenzare la persona a fare, in quei pochi giorni che le restano, le cose per lei davvero più importanti. 

BURATTINI E BURATTINAI

Questo espediente filosofico svela il potere del futuro immaginato sul nostro agire presente, mostrando come le nostre aspettative siano più influenti di qualunque altra forma di sentire e pensare. Difatti, noi tutti temiamo ciò che può accadere, non ciò che è già accaduto e, anche quando abbiamo vissuto qualcosa di davvero traumatico, ciò di cui abbiamo più paura è che possa riproporsi. In altri termini, al contrario di ciò che troppo spesso la psicologia tradizionale induce a pensare, il passato influenza il presente molto meno del futuro, perché è quest’ultimo che rappresenta anche la proiezione di ciò che ci ha già fatto soffrire e che temiamo si ripresenti.

La gran parte, poi, degli approcci psicoterapeutici, basati su una causalità lineare che vede il presente e il futuro determinati dalle esperienze passate, considera la rielaborazione del passato il fondamentale atto da realizzare nel processo di cura del paziente. Questo a scanso del fatto che la moderna scienza da oltre cento anni abbia dimostrato l’inadeguatezza di tale criterio epistemologico alla rigorosa analisi dei fenomeni umani, poiché queste si reggono su dinamiche di causalità circolare e di reciproca influenza tra i fattori in gioco. Pertanto, se indubbiamente il nostro passato ci influenza è anche perché il nostro percepirlo presente lo modifica. 

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Questo articolo è di Giorgio Nardone, Vittorio Porpiglia ed è presente nel numero 267 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto