Dobbiamo parlare

8 cose da sapere prima di iniziare un colloquio delicato

A quanto si dice, viviamo in una cultura in cui si può parlare apertamente di tutto. Siamo talmente imbevuti di psicologia, che dovrebbe essere facile un discorso aperto e ragionevole su qualunque problema.

Ma in verità le cose non stanno affatto così: quando si tratta di questioni intime o di argomenti tabù, parlarne diventa sorprendentemente difficile. Apertura e sincerità sono ideali diffusi, che ben volentieri siamo disposti a perseguire, e tuttavia certe cose preferiamo tacerle.

«Non esistono dati che ci dicano quante persone si portano dentro un problema che le inquieta, le inibisce e le tormenta, che causa sensi di colpa e disturbi nelle relazioni personali e finisce per condizionare tutta la loro vita», dice lo psicoterapeuta Uwe Bösche-Meyer. Ma probabilmente sono numerosi quelli che semplicemente non riescono a dare voce alla “cosa”.

La “cosa” può essere la più varia: l’irritazione per l’avarizia del partner, un’avventura che si vorrebbe confessare ma non si osa farlo, desideri sessuali che si crede l’altro non possa accettare, un aborto clandestino, la paura della morte durante una grave malattia, una macchia nel passato della famiglia.

I motivi del silenzio sono molteplici. A seconda della gravità del tema, l’orgoglio o la vergogna impediscono di aprire bocca. O anche la paura: non si vuole ferire l’altro, si teme di perderlo se venisse a conoscenza della verità. Psicologi e studiosi della comunicazione hanno accertato che spesso il perché, cioè la motivazione che induce a tacere, è più importante del contenuto della confessione.

 

Dobbiamo parlare

Si arriva così a evitare sistematicamente certi temi, come risulta da una ricerca di Tamara Afifi, John Caughlin e Walid Afifi, dell’Università dello Iowa. Il soggetto teme la possibile reazione violenta dell’altro, l’emotività e la sgradevolezza che possono accompagnare un qualunque accenno al tema caldo. Un’altra ragione del silenzio è il comprensibile desiderio di non compromettere la qualità della relazione: è la semplice paura di un litigio, temuto come l’inizio di una spirale discendente.

Questi timori non sono infondati, secondo Böschemeyer. Non è affatto scontato che l’altro gradisca la confessione. È molto più probabile che si debba fare i conti con reazioni anche drammatiche. 

È il caso, descritto da Böschemeyer, di una moglie che viene a sapere che il marito frequenta da anni una prostituta: «È rimasta senza fiato. Poi, del tutto dimentica della mia presenza, ha scaricato sul marito la tempesta di sentimenti suscitata dalla sua confessione. Piangeva, imprecava, insultava lui e se stessa, picchiava con il pugno sul tavolo. Infine si è rifugiata in un lungo pianto».

Tuttavia, malgrado le possibili reazioni drammatiche dell’interessato, la maggior parte dei ricercatori sottolinea che dal punto di vista emotivo questi non facili discorsi confessioni, outing, critiche lungamente repressesono più salutari di quanto si creda e in prospettiva anche più produttivi sul piano relazionale: «Se riusciamo a spiegare qualcosa, a enunciare e a chiarire un problema, arriviamo a controllarlo almeno in parte. Pertanto affrontare il tema con un discorso aperto è meglio che evitarlo», osserva Walid Afifi.

UN COLLOQUIO SINCERO DEVE ESSERE PREPARATO 

La vecchia battuta degli psicologi: «Beh, almeno ne abbiamo parlato», allude non senza ragione al fatto che il colloquio è di per sé qualcosa di positivo. Ma questo vale solo a certe condizioni: non basta aprire il discorso e chiuderlo lì, né aver affrontato un tema significa averlo liquidato una volta per tutte. Un dialogo delicato richiede una strategia, una preparazione psicologica.

Lo dimostra drammaticamente un importante studio condotto negli Stati Uniti su uno degli argomenti più spinosi: come affrontare con i familiari (o gli amici) le importanti questioni del fine vita? Per esempio, quali procedure di rianimazione impiegare o tralasciare? In quale misura usare antidolorifici? Chi parla del testamento biologico a nome del paziente? Il progetto aveva lo scopo di ridurre le paure e i dolori cui sono esposti i pazienti terminali. In cinque grandi cliniche mediche americane sono stati avviati appositi colloqui fra pazienti e familiari, invitandoli esplicitamente a elaborare un preciso catalogo di temi da discutere.

Questa lodevole iniziativa si è conclusa con un fiasco. Il follow-up ha dimostrato che i colloqui condotti con le migliori intenzioni non avevano ottenuto i risultati voluti, cioè la riduzione delle sofferenze dei pazienti terminali. I medici curanti, per esempio, anche dopo i colloqui ignoravano quali fossero le misure di rianimazione accettate dai pazienti, quale fosse il dosaggio di oppiacei desiderato, e così via.

Allison Scott, studiosa di comunicazione all’Università del Kentucky, ha riesaminato il progetto di ricerca, individuando alcuni fondamentali errori di metodo. Il principale, a suo avviso, è la convinzione che la comunicazione sia di per sé utile e che quanto più è abbondante, tanto meglio è. Ma non è così. Al contrario, se di un tema delicato si parla in maniera sbagliata, il colloquio può essere controproducente.

Scott ha sottoposto i colloqui registrati a una microanalisi, elaborando le interazioni fra i partecipanti. Ha individuato così tre punti centrali, che evidenziano i nodi cruciali di un discorso serio su qualunque tema delicato:

  1.  Si arriva a un chiarimento concreto delle questioni all’ordine del giorno? Per esempio, chi prende le decisioni per il paziente in casi di emergenza? Quali misure di rianimazione devono essere escluse?
  2. Le motivazioni e le paure per lo più subconsce sono affrontate? Come può il paziente mantenere il massimo di autonomia? Come possono i familiari manifestare la giusta misura di attenzioni e responsabilità?
  3. Come influisce sul dialogo la qualità della relazione? Riemergono vecchi attriti? Il colloquio si svolge libero da inibizioni, pregiudizi e conti in sospeso?

L’analisi di Scott ha dimostrato che solo i colloqui svolti tenendo conto di tutti e tre questi punti hanno dato risultati positivi nel senso previsto dal progetto. Riuscire a rispettarli è tutt’altro che scontato. Condurre a buon fine un colloquio difficile richiede infatti una buona dose di sensibilità, empatia e anche una certa capacità di autoriflessione.

QUANDO È MEGLIO TACERE

Ma anche facendo tutte le cose giuste, non necessariamente il colloquio va bene. Ci sono momenti e situazioni in cui è meglio tacere e accettare i limiti di una relazione, piuttosto che il dolore e la frustrazione che comporta l’accenno a un tema difficile. I figli adulti, per esempio, vivono spesso con grande disagio il rimprovero diretto o indiretto dei genitori di non curarsi abbastanza di loro. E così le visite o i pranzi festivi finiscono spesso con un malumore profondo, con una miscela di sensi di colpa, rabbia repressa, accuse reciproche e infine con l’angoscia del prossimo incontro. Una dinamica fatale, che non sempre e non necessariamente si può chiarire con il dialogo. Troppo spesso, infatti, un colloquio avviato con grande pazienza e sensibilità sfocia in frustrazione, accuse e controaccuse. La situazione è troppo carica di emotività da ambo le parti.

La nostra salute mentale dipende in larga misura dalla capacità di sopportare sentimenti contrastanti e situazioni ambigue, e dalla consapevolezza che non tutti i problemi si possono risolvere sempre e subito. Se sia il caso di portare il discorso su un problema, o se sia meglio evitarlo, dipende non di rado dalle conseguenze che siamo pronti ad affrontare.

Questo testo è tratto dall'articolo di Alex Wolf
presente nel numero 256 della rivista.
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