Da quale psicoterapeuta posso andare?

Chi ha bisogno di un aiuto per superare disagi di ordine psicologico e non abbia già conoscenze precedenti, spesso si rivolge alle persone più vicine  al fine di avere l’indicazione di un “bravo” professionista. 

Il potenziale paziente, se è un po’ acculturato, cerca spesso di sapere, per vie proprie o chiedendo allo psicoterapeuta stesso, quale formazione questi abbia: quale indirizzo di scuola segua, quali tecniche applichi. Viene così messa in primo piano la questione spinosa della formazione degli psicoterapeuti.

Da quale psicoterapeuta posso andare

Dal lato dei potenziali pazienti è certo motivo di disorientamento la presenza di una molteplicità di scuole, non di rado in conflitto, che praticano metodologie e tecniche disparate. Dal lato di chi istituzionalmente si occupa della formazione degli psicoterapeuti – per la formazione di base, le università nei corsi di laurea in psicologia e in medicina; per la specializzazione dopo il conseguimento della laurea quinquennale, le numerose scuole private di psicoterapia riconosciute in Italia dal Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca – si impone la responsabilità di un’adeguata preparazione teorica e pratica dei giovani aspiranti. Quale formazione dunque è auspicabile per lo psicoterapeuta? Che cosa vi è, se vi è, di comune fra i tanti psicoterapeuti, al di là delle differenze di scuola?

UN’AMPIA FORMAZIONE UMANISTICA

Non v’è dubbio che la tradizione psicoanalitica sia stata da un secolo a questa parte, se non altro per la sua primazia storica, inevitabile punto di riferimento da abbracciare in uno dei suoi numerosi rivoli, oppure da “ibridare” con altri apporti, o ancora da contestare vivacemente. Va altresì riconosciuto che ha progressivamente perso l’egemonia pressoché totale, goduta fino a metà del secolo passato, a favore in particolare delle terapie cognitivo-comportamentali e di quelle sistemico-familiari. Le terapie cognitivo-comportamentali, debitrici nei confronti della recente psicologia cognitivista, promettono percorsi psicoterapeutici più brevi, oltre che largamente programmabili a priori quanto alla durata e alle tappe intermedie. Ciononostante, la tradizione psicoanalitica resta importante per la straordinaria messe di elaborazioni concettuali e di ricerche cliniche, espresse in una miriade di pubblicazioni.

Ebbene, tanto ambizioso è il programma di ristrutturare la personalità disturbata e non semplicemente di riadattarla, quanto impegnativo è l’itinerario formativo richiesto da Freud agli analisti. Egli infatti prevedeva – al di là della formazione medica, allora prevalente ma non indispensabile, come protestò a più riprese – assieme alla conoscenza generale della biologia, dei quadri clinici della psichiatria e ovviamente dei processi psichici inconsci, varie discipline tratte dall’area delle “scienze dello spirito”, quali la storia delle civiltà e delle religioni, la sociologia, la letteratura (Freud, 1926). Queste espressioni dell’umanità, infatti, sono la manifestazione di fenomeni psichici individuali e collettivi di grande rilievo; soprattutto la fine intuizione dei grandi scrittori offre, nei loro personaggi, esemplari descrizioni di complessi processi mentali, al punto che a volte i resoconti dei clinici non reggono il confronto. Del resto, numerosi sono gli autori che hanno fornito contributi di straordinaria importanza alla psicoanalisi pur non provenendo dalla medicina e neppure dalla psicologia (tra gli altri, Ernst Kris, uno dei padri della Psicologia dell’Io, originariamente storico dell’arte).

Oggi occorrerebbe aggiungere le nuove conoscenze sul funzionamento del cervello e sugli psicofarmaci. Questi ultimi non riguardano direttamente la prassi psicoterapeutica, che per definizione si fonda sulla parola e sulla relazione. Poiché però di frequente il paziente ne fa uso a seguito delle prescrizioni del medico di base o dello psichiatra, lo psicoterapeuta non può ignorarne indicazioni ed effetti. Anche i fondamenti dell’odierna scienza della comunicazione possono essere utili per meglio cogliere le espressioni extralinguistiche (portamento, abbigliamento, gestualità, prossemica) e metalinguistiche (tono della voce, ritmo del discorso, interiezioni, modalità enunciative, idioletti), che spesso dicono dello stato del soggetto più di quanto non dica il contenuto del suo discorso.

DIFFERENZE DI SCUOLA

Non tutte le scuole richiedono una vasta formazione umanistica come premessa per un trattamento adeguato del paziente. Ma la persona concreta, non riducibile a un’etichetta psicopatologica o a un mero quadro di sintomi, porta con sé situazioni e problematiche che eccedono lo specifico ambito di intervento dello psicoterapeuta e che tuttavia incidono sulla formazione della patologia, sulle espressioni sintomatologiche, così come sul decorso del rapporto terapeutico.

Si tratta dei valori abbracciati dalla famiglia, dal ceto sociale e dall’area geografica di provenienza del paziente, inoltre delle caratteristiche dell’ambiente di lavoro, del credo religioso e ideologico, degli interessi culturali: tutti elementi che il terapeuta, pur non essendo sociologo, deve saper capire per comprendere meglio e contestualizzare la persona che ha in cura.

Si tratta poi della non trascurabile valenza esistenziale in cui si imbatte ogni patologia (il senso del vivere, del morire, del soffrire, riproposto specialmente da gravi perdite, lutti, declino fisico) e si tratta pure di dilemmi etici di vario tipo spesso esposti dal paziente di fronte ai quali lo psicoterapeuta, pur non essendo né un filosofo né un sacerdote, non può non manifestare sensibilità e partecipazione.

Certamente chi insiste sulla persona complessiva del paziente presuppone che i sintomi psicopatologici non siano isolabili dalla personalità globale e dal contesto relazionale in cui questi è cresciuto e in cui vive. Ritiene inoltre che le classificazioni psicopatologiche abbiano un valore relativo, così come, a maggior ragione, le tecniche studiate ad hoc per i vari tipi di patologia (troppi sono i casi misti, caratterizzati cioè da sintomi plurimi e che quindi si discostano dal classico fobico, dal classico ossessivo o anoressico, ecc.). Come dire che la mera applicazione di tecniche, avulsa dal contesto della concreta persona e della sua storia, oltre che scorretta è raramente pertinente.

CHE COSA HA EFFICACIA TERAPEUTICA?

Anche in relazione alla molteplicità di visioni antropologiche in ordine al rapporto tra sintomi e personalità globale, ritorna urgente la questione comparativa, riguardo a quali tecniche forniscano i migliori risultati terapeutici. Inoltre è da chiedersi quanto siano rilevanti le teorie a monte di ciascuna scuola ai fini della cura e dei risultati e, in definitiva, che cosa abbia davvero efficacia terapeutica al di là delle diverse teorie e tecniche.

A uno sguardo retrospettivo, far leva sui pregi della propria impostazione di scuola è servito a poco: a ogni asserzione si sono contrapposte quelle di esponenti di scuole diverse, con il risultato di aumentare la confusione. Piuttosto è parsa utile la ricerca scientifica, detta anche “empirica”, sul risultato delle psicoterapie, un campo oggi molto in espansione specie nel mondo anglosassone.

Ebbene, un dato più volte emerso con chiarezza, dagli studi condotti in diversi centri e in vari Paesi, è che la “persona” del terapeuta ha un peso maggiore della teoria che professa o della tecnica che dice di utilizzare. In altre parole, conta in primo luogo la relazione umana che egli riesce a instaurare con il paziente, ovvero come questi si “incastra” con la sua personalità. Carl Rogers (1951), anticipando la questione con grande acume, così definì le tre condizioni essenziali di un buon terapeuta: “accettazione positiva incondizionata” nei confronti del paziente, “empatia”, infine “congruenza” (intesa come autenticità e capacità di essere in contatto con le proprie emozioni).

L’importanza di queste tre qualità è attestata da evidenze empiriche: già in una prima fase della ricerca emergeva ricorrentemente che i fattori “comuni” (quali la personalità del terapeuta, l’alleanza con il paziente e così via) erano più importanti dei fattori “specifici” (cioè le singole tecniche terapeutiche, derivate dalle diverse scuole). Questo “paradosso della equivalenza” tra le varie psicoterapie è stato chiamato “verdetto di Dodo”, dal nome del curioso uccello, personaggio di Alice nel paese delle meraviglie, che indisse una gara di corsa e alla fine dichiarò: «Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio» (per un quadro di questo insieme di ricerche, si veda Dazzi et al., 2006).

In tempi recenti però le ricerche sono diventate sempre più sofisticate, e si sono fatti notevoli sforzi per invalidare il verdetto di Dodo, in quanto costituisce una minaccia allo statuto scientifico delle scuole di psicoterapia, ciascuna delle quali vanta una propria specificità. È stato dimostrato fra l’altro che le terapie psicodinamiche, cioè derivate dalla psicoanalisi, non solo sono efficaci, ma anzi, tranne che per alcuni disturbi, lo sono più delle terapie cognitivo-comportamentali; dapprima, invece, anche per questioni tecniche inerenti alla ricerca empirica, era a queste altre che si dava la preferenza (Shedler, 2010).

Va notato a tale proposito che, in generale, nelle scuole a orientamento psicodinamico viene suggerita una terapia personale agli stessi psicoterapeuti – cosicché sappiano gestire le proprie emozioni e monitorare attentamente la relazione con il paziente – piuttosto che privilegiare specifiche tecniche, come invece avviene per esempio nelle terapie comportamentali (il che accadeva soprattutto in passato e per certi versi pure agli inizi della psicoanalisi, quando si dava molta importanza ai fattori più specifici, come l’esatta interpretazione, a scapito di quelli affettivi e relazionali). In conclusione, le tecniche esistono e vanno apprese, ma con la consapevolezza che i fattori esperienziali e relazionali in capo al terapeuta giocano un ruolo ben più importante di quanto non si credesse in passato.

LA QUALITÀ DEL TERAPEUTA

Se dunque ciò che fa la differenza tra buona e cattiva terapia ricade, più che sulla teoria e sulla tecnica utilizzate, sulle qualità del terapeuta in termini di capacità di stabilire una valida relazione, occorre insistere in sede formativa sulle doti personali del futuro terapeuta, su quello che è prima che su quello che fa; occorre inoltre che egli continui a coltivare e a migliorare quelle doti. In effetti, la persona dello psicoterapeuta, con le sue emozioni e le pregresse vicende in lui sedimentatesi, è parte in causa più di quella di qualsiasi altro professionista: i suoi conflitti intrapsichici non possono non comportare opacità nella disponibilità all’ascolto e altresì essere un disturbo nella corretta reazione alle tante cose di cui il paziente lo investe (Eagle, 2015).

Questo accade specialmente quando il discorso lo riporta a problemi personali irrisolti, a momenti critici della sua storia. Di più, egli stesso può essere direttamente oggetto di investimenti affettivi di ordine sia erotico sia aggressivo, che a volte possono essere molto potenti: proprio su questo il terapeuta deve lavorare.

Se infatti non conosce a fondo le proprie “magagne” recondite e ha difficoltà a gestire le proprie emozioni, è improbabile che la sua mente sia tanto elastica da saper accogliere anche le parti più disturbate del paziente senza esserne egli stesso disturbato. Non solo: tale e tanta è la varietà delle situazioni e dei problemi manifestati dai pazienti, che non c’è una soluzione preconfezionata per ciascun caso. Il terapeuta pertanto non può che fare appello alla propria duttilità, come capacità personale di mediare tra i principi di teoria e tecnica appresi e il concreto paziente che ha di fronte, servendosi di intuito, di creatività e a volte di coraggio (Buechler, 2004).

Dunque, se severo è l’esercizio di “pulizia mentale” che lo psicoterapeuta deve fare tramite conoscenza e padronanza di sé, risulta allora difficile concepire un’adeguata formazione alla professione senza che egli compia un qualche itinerario di analisi di sé e di contenimento delle proprie fragilità. Occorre pure una disamina delle motivazioni che lo portano a questa difficile professione, onde esorcizzare narcisismi da onniscienza interpretativa e da onnipotenza curativa. “Conosci e cura te stesso, se vuoi conoscere e curare gli altri”, dovrebbe essere il motto preliminare nella prassi dello psicoterapeuta.

Questo testo è tratto dall'articolo di Mauro Fornaro, Paolo Migone
presente nel numero 255 della rivista.
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