Cosa avviene nel nostro cervello quando meditiamo con la Mindfulness

Visto che da qualche anno di essa si parla tanto, è interessante capire l’azione svolta dalla meditazione mindfulness sul cervello. Nel segno di un incremento 
di autoconsapevolezza e autocontrollo.

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Da alcuni anni il mondo occidentale sta riscoprendo l’antica arte della meditazione, sia nelle forme tradizionali di origine religiosa sia nella forma moderna della mindfulness. Acquietare il pensiero, concentrarsi sul respiro e sul corpo, “staccare” dal flusso della vita quotidiana sono gli elementi comuni di tutte le forme di meditazione: elementi che producono benessere nelle persone sane e che possono essere utilizzati per curare alcuni disturbi della mente, quali depressione, ansia, uso di alcol, tabacco, droghe, e come coadiuvanti nelle malattie fisiche legate allo stress (ipertensione, disturbi digestivi, cefalea ecc.).

Numerosi studi hanno dimostrato l’azione della meditazione sul cervello in queste situazioni. Spesso il disagio psichico origina infatti dalla difficoltà a fronteggiare lo stress, che a sua volta deriva dallo squilibrio tra le strutture cerebrali che “sentono” e regolano le emozioni e le sensazioni corporee, e quelle – situate nella corteccia cerebrale – ove hanno sede il pensiero cosciente, la razionalità, la capacità di programmazione. Tale squilibrio, tipico del mondo moderno, è determinato da situazioni di disagio e tensione prolungate, ardui eventi di vita, traumi. La meditazione ci aiuta, da sola o coniugata ad altri interventi terapeutici più classici, agendo su queste strutture cerebrali riequilibrandone la funzione, attraverso l’aumento della capacità di stare nel qui ed ora, sviluppando le capacità di attenzione, di regolazione emotiva e di consapevolezza di sé

Le funzioni cerebrali coinvolte nella Meditazione 

Per affrontare il tema dell’azione della meditazione sulle funzioni cerebrali partiamo dalla caratteristica fondamentale del nostro cervello, ossia la plasticità. La neuroplasticità è la capacità del cervello di modificarsi dal punto di vista strutturale e funzionale in risposta all’esperienza. “Use it or lose it” (o lo usi o lo perdi): con questo aforisma viene riassunto il concetto per il quale l’attività cerebrale stimola e indirizza la neuroplasticità mediante l’esercizio e la pratica. Le funzioni cerebrali sono assolte dall’insieme di reti neurali che connettono i differenti distretti neuronali e che possono arricchirsi o, al contrario, depauperarsi in funzione del numero e della qualità di attività svolte dall’individuo nel corso della vita. Nel presente lavoro prendiamo in considerazione le reti coinvolte durante uno stato di meditazione, mostrando come tale attività sia in grado di produrre modifiche durature nel network cerebrale specifico.

Lo studio delle aree coinvolte durante la meditazione viene eseguito con le neuroimmagini, che sono rappresentazioni del sistema nervoso centrale, ottenute mediante Tomografia Computerizzata (TC), Risonanza Magnetica (RM), Tomografia ad Emissione di Positroni (PET). La TC e la RM forniscono immagini statiche delle strutture cerebrali, mentre la PET permette di visualizzare dinamicamente l’attività metabolica cerebrale in base al consumo di ossigeno e di glucosio. In questo modo è possibile, in primis, evidenziare quali strutture si attivano in una determinata attività e, in seconda istanza, misurare cambiamenti anatomo-funzionali del cervello in seguito a una certa esperienza (in questo caso, la pratica della meditazione).

Il distretto maggiormente impegnato nel corso della meditazione è senza dubbio quello associato alla corteccia prefrontale e alle sue connessioni sottocorticali. In generale, questo circuito neuronale è implicato in moltissime funzioni di controllo sui pensieri, sulle abilità cognitive e sulle emozioni. Si tratta del network neurale che risponde agli stimoli emotivi in base alla loro rilevanza, promuovendo reazioni emotive più o meno armoniose. Esso dirige l’attenzione verso stimoli provenienti dall’ambiente esterno o da percezioni corporee, direzionando l’attenzione verso gli uni o gli altri a seconda della relativa salienza; in tal modo sono prese decisioni e programmate azioni coerenti. Si tratta, dunque, di una funzione cruciale sia nell’equilibrio emotivo sia nella progettazione dei comportamenti e degli obiettivi individuali.

La meditazione sembra intervenire in tale meccanismo riducendo l’attenzione che solitamente si rivolge agli stimoli emotivi inviati da specifiche strutture sottocorticali e aumentando il focus sugli stimoli esterni. Il risultato è un minor coinvolgimento emotivo, uno sgravio dei nostri processi mentali, i quali riescono così a concentrarsi maggiormente sui dati esterni. L’impressione raccolta da chi pratica la meditazione è «Mi sento meno in balia dei miei stati emotivi e riesco ad essere più leggero»; «Posso ragionare in modo più obiettivo e non dipendo dallo stato d’animo del momento»; «Riesco a guardare la mia vita con maggior distacco e a pensare al futuro in maniera più determinata».

In qualche modo, questi risultati sono una conquista che si ottiene con l’esercizio. Infatti, sono state osservate differenze significative tra meditatori esperti e meditatori neofiti, relativamente all’attivazione della corteccia prefrontale. Essa appare molto impegnata all’inizio della pratica, per sgravarsi progressivamente mano a mano che il meditatore diventa più esperto. Quello che succede, dunque, è che lo spostamento del focus dagli stimoli emotivi interni verso l’esterno richiede un certo sforzo, che con la pratica si fa automatico (Chiesa et al., 2013).

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Questo articolo è di Mauro Cibin, Silvia Faggian ed è presente nel numero 273 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto