Come potenziare le risorse per il lavoro

Nel mondo del lavoro conta sempre di più, accanto al capitale intellettuale e a quello sociale, il capitale psicologico del dipendente. Cioè le sue attitudini all’auto-efficacia, alla speranza, alla resilienza e all'ottimismo.

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«Ma insomma, cosa dovrei fare per trovare un lavoro decente? Non bastano gli studi che ho fatto e la laurea che ho preso? Non bastano gli stage con cui mi sono fatto le ossa, acquisendo competenze anche pratiche? Poco tempo fa ho sentito dire da un ministro italiano che conta poco il curriculum e che valgono di più i contatti con le persone con cui si “gioca a calcetto”. Era una battuta infelice o c’è qualcosa di vero? Come dovrei muovermi e cosa pensano le imprese di noi giovani laureati?».

Per rispondere a queste domande senza cadere in un ricettario di buoni consigli, forse conviene allargare il campo di osservazione. Come sappiamo, per molto tempo il capitale principale su cui si sono focalizzati l’attenzione, gli interessi e le strategie delle organizzazioni è stato quello economico-finanziario. Negli ultimi anni le cose stanno un po’ cambiando e si sta riconoscendo il valore competitivo di asset intangibili come il capitale umano o intellettuale e il capitale sociale. Con la prima espressione si intende l’insieme delle conoscenze, competenze, esperienze possedute dai lavoratori di una data azienda, ovvero il “cosa si sa e si sa fare” che potrebbe essere utilizzato velocemente per rispondere con efficacia alle esigenze di cambiamento sollecitate dai mercati. Con la seconda espressione, ci si riferisce invece all’insieme di risorse relazionali («chi conosci?»), alle reti sociali, alle conoscenze interpersonali di tipo informale e formale che rappresentano un ulteriore patrimonio fiduciario su cui l’organizzazione può contare per arricchire i propri scambi con l’ambiente e la comunità in cui opera. (CONTINUA SULLA RIVISTA...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Guido Sarchielli
presente nel numero 262 della rivista.
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