C'è una grande creatività dietro una scia sanguinosa?

Il culto del genio ha creato un mito: la grande arte e le rivoluzioni scientifiche sono possibili solo se la persona creativa ha licenza di sfruttare coloro che le sono vicini e di esprimere il proprio genio a spese del prossimo.

C'è una grande creatività dietro una scia sanguinosa

Di Sigmund Freud sappiamo con quale senso del potere costruisse e dominasse l’edificio dottrinale della psicoanalisi. Alla cerchia riservata delle riunioni del mercoledì si poteva accedere solo su invito; e quando al termine di un lungo periodo di prova si dimostrava di essere un membro leale della scuola, Freud glielo testimoniava con il dono di un anello d’oro. Al riconoscimento era peraltro legata l’attesa di una fedeltà assoluta, che aveva tutti i caratteri di una sottomissione, almeno spirituale.

Chi non era disposto ad accettarlo veniva punito con un ripudio violento, anche sul piano emotivo. Nature forti come Carl Gustav Jung e Alfred Adler riuscirono a staccarsi dalla psicoanalisi freudiana per fondare una loro scuola analitica. Altri più instabili, come il giovane allievo Viktor Tausk, in seguito allo scontro con la figura dominante del maestro finirono addirittura per togliersi la vita.

Howard Gardner, psicologo americano studioso della creatività, elenca almeno altri sei seguaci di Freud che hanno avuto la stessa sorte. Gardner ritrova questi caratteri di vera e propria crudeltà interpersonale in quasi tutte le grandi figure creative che ha studiato, indipendentemente dal loro campo d’azione, scientifico, letterario o artistico. L’esempio più vistoso da questo punto di vista è Pablo Picasso: il suo estremo egocentrismo di artista ha trascinato alla follia o alla morte in particolare le donne che gli stavano accanto.

Gardner parla quindi di una “scia sanguinosa” che i creativi lasciano dietro di sé, subordinando tutto e tutti al proprio genio. In una sorta di “patto faustiano” pongono tutta la vita, compresi i rapporti interpersonali, al servizio della propria creatività. È un’idea sgradevole, anzi inquietante. Siamo infatti abituati a considerare la creatività un valore positivo, come la capacità di risolvere i problemi in maniera nuova e costruttiva e di trovare risposte innovative alle domande, aprendo strade non battute. Nei casi migliori la creatività dovrebbe essere produttrice di valori costruttivi e umani.

Se la creatività sia sempre benevola è una questione su cui peraltro la ricerca dà indicazioni contraddittorie. Alcuni studiosi sostengono che si possa e debba parlare anche di una creatività distruttiva: l’esempio più noto è l’attacco alle Torri gemelle di New York all’inizio di questo secolo, definito in certi titoli giornalistici un vero “capolavoro”, perverso ma pur sempre geniale. Se però si vuol considerare la creatività un valore positivo, innovazioni letali di quel genere rientrano meglio nella rubrica “energia distruttiva”.

Che dire però delle creazioni indubbiamente costruttive sotto il profilo umano? L’opera di Picasso è riconosciuta come un evento centrale nello sviluppo artistico del XX secolo. E la psicoanalisi freudiana come modello terapeutico si ispira a una concezione umanistica della cura; ciò vale per tutti gli indirizzi psicoterapici e l’intera psicologia clinica, così come per tutti gli altri campi della psicologia applicata (dalla psicopedagogia alla psicologia del lavoro, alla psicologia giuridica). Ma proprio l’esempio di Freud ci pone una domanda inquietante: è forse inevitabile che anche la via che conduce a creazioni di grande valore umano sia segnata da una tendenza a sfruttare senza scrupolo gli altri? La creatività al servizio dell’uomo si ottiene solo a prezzo di una certa inumanità? (...)

Nella versione integrale dell’articolo troverai anche i seguenti paragrafi:

  • LA CREATIVITÀ COME “DISADATTAMENTO ADATTIVO”
  • GRANDEEPICCOLACREATIVITÀ

Questo testo è tratto dall'articolo di Nobert Groeben
presente nel numero 250 della rivista.
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