Blue Whale: il commento dello psicologo

di Giuseppe Riva

Il "Blue Whale", il gioco che sembra stia coinvolgendo adolescenti in tutto il mondo, si diffonde attraverso i social e prevede come prova ultima il suidicio. Abbiamo chiesto un commento al Prof. Giuseppe Riva, ordinario di Psicologia della comunicazione nell’Università Cattolica di Milano.

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La struttura del “Blue Whale”, 50 prove di difficoltà crescente che richiedono la gestione della paura e del dolore, ricorda molto i riti di iniziazione che caratterizzano molte culture.

In generale i riti di iniziazione sono delle prove - di solito pericolose - che permettono al giovane di essere accettato dal gruppo e di entrare nell’età adulta. Uno dei più noti riti di iniziazione - che ha ispirato il bungee jumping - è quello degli adolescenti della tribù SA dell’isola di Vanuatu (Oceano pacifico meridionale) che per dimostrare il passaggio all’età adulta devono lanciarsi da una torre alta più di 30 metri legati solo ad una liana.


La principale differenza del “Blue Whale” rispetto ai riti di iniziazione che culminano con l’entrata nel gruppo è la richiesta del suicidio finale, che sembra essere stata inserita dal creatore della prova - il russo Philip Budeikin - per punire alcuni adolescenti che partecipavano al suo gruppo.


Anche se non sono confermati i dati riportati da alcuni giornali sul numero di suicidi provocati dal gioco, è però vero che il mescolare rituali da società segrete - l’accesso a gruppi “chiusi” da cui ottenere le indicazioni da seguire - con la struttura di un rito di iniziazione che chiede all’adolescente di mettersi alla prova per superare i propri limiti, può rendere il “Blue Whale” molto attraente, in particolare per ragazzi isolati e insicuri che possono trovare nella sfida uno strumento per “esserci” e diventare “importanti” per i propri pari.