Biotestamento: essere "adulti" di fronte alla malattia e alla morte

"Essere mortali è l’esperienza umana più fondamentale, ma l’umanità non è mai stata capace di accettarla, di comprenderla e di comportarsi di conseguenza". A queste parole di Milan Kundera vorrei associare  quelle più ottimistiche di Miguel de Unamuno, secondo cui la persona umana ha una aspirazione originaria e fondamentale ad una "vita cosciente di sé": cioè consapevole e matura. 

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La norma sul biotestamento recentemente approvata riconosce un punto fondamentale sul piano della consapevolezza individuale e sociale: il diritto e dovere di essere "adulti" di fronte alle condizioni estreme della nostra vita. Non possiamo essere costretti a subire un trattamento sanitario senza un consenso libero e informato. Prevedendo una possibile futura incapacità di autodeterminazione, possiamo registrare delle "disposizioni anticipate di trattamento" in cui manifestiamo le convinzioni e le volontà sui trattamenti sanitari che potremmo subire in futuro.

La legge garantisce la terapia del dolore, ma non consente alcuna forma di accanimento terapeutico, e la persona ha diritto di decidere sull’abbandono delle terapie. Può dunque decidere in modo responsabile e auto-determinato se e quando 'staccare la spina'.

Inoltre la legge consente una relazione 'adulta' della persona ammalata con la persona curante. Nell’evoluzione di una patologia cronica e invalidante, tra il paziente e il medico può essere realizzata una pianificazione condivisa delle cure, alla quale il medico è tenuto ad attenersi, fino a rispettare l'eventuale volontà di rifiutare o interrompere un trattamento sanitario.

Infine, la legge afferma che non si è soli di fronte a decisioni così importanti. Nella relazione di cura sono coinvolti anche i familiari e i compagni di vita. Può essere indicata una persona di fiducia che rappresenta il malato nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie, nel caso non sia più in grado di gestirle personalmente.

Ampi spazi si aprono per un supporto basato sulla psicologia, capace di comprendere la sofferenza, la capacità di resilienza, il rapporto con la fine della vita: che vuol dire anche rapporto con la vita in generale. Una psicologia che aiuta a realizzare quanto sosteneva Seneca: "a vivere si deve imparare attraverso l’intera vita; e attraverso la vita si deve imparare a morire". Una psicologia che aiuta ad essere 'adulti' con noi stessi, con chi cura, con i nostri cari e care-givers. 

Infatti, la legge non si applica ai minorenni e a chi è in condizione di incapacità.  Ma consente a tutti gli 'adulti' di esprimere la propria maturità di fronte alla malattia, alla sofferenza, alla morte; e invita la psicologia e gli psicologi a favorire e sostenere questa maturità.