BDSM

Oltre le sfumature di grigio

Un'incursione nel piacere sado-maso, un mondo che al di là dei luoghi comuni è fatto di accordi, consenso e condivisione dei limiti. 

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La saga di Cinquanta sfumature di grigio – che conta cinque libri, tre film e ben due musical – ha raccolto ad oggi un pubblico di mezzo miliardo di persone, e il merito non è certo di uno stile letterario sopraffino. Quando intervistai E. L. James, l’autrice della saga, lei stessa confessò un sincero stupore per il successo di «un romanzo rosa qualunque, forse solo un po’ più esplicito della media». Tanto fenomeno globale è frutto semmai di un’impressionante campagna di marketing, ma soprattutto del tema dell’opera: la dominazione erotica, verso cui c’è evidentemente un grande interesse. 

OLTRE I PREGIUDIZI

I giochi erotici di sottomissione si basano su un principio semplice. Uno dei partner si mette a disposizione dell’altro impegnandosi ad accettare e assaporare tutto ciò che accadrà; quest’ultimo si prende invece la responsabilità di gestire la situazione e decidere quali sensazioni ed emozioni proveranno entrambi. Poiché la fantasia non ha limiti, le pratiche possono prendere centinaia di forme differenti che spaziano da sottili giochi mentali a stimolazioni molto intense che non escludono nemmeno il dolore.

Tutto ciò viene indicato sotto l’acronimo “BDSM”, dalle iniziali di Bondage (immobilizzazione del partner), Dominazione/Disciplina, Sottomissione/Sadismo, Masochismo

Una stranezza? Numericamente parlando, no. Incrociando diverse ricerche demografiche compiute negli ultimi venticinque anni, è risultato che nei Paesi industrializzati 1 adulto su 6 ha fantasie erotiche di questo tipo e 1 su 10 le ha messe in pratica in forme più o meno intense.

Quel 10% di popolazione, rapportato ai più recenti dati ISTAT sugli italiani sessualmente attivi, rivela la presenza nel nostro Paese di un’orda di oltre quattro milioni di appassionati. È un numero pari agli abitanti del Veneto, di cui non si può sottovalutare l’importanza.

Un dato di dimensioni simili non può essere liquidato, come spesso accade, come un fenomeno da baraccone di cui parlare con sarcasmo o con la morbosità dei benpensanti in cerca di scandalo. Tale atteggiamento rivela semmai l’inadeguatezza della società, ma anche dei professionisti e dei terapeuti, ad affrontare un tema tanto pervasivo quanto sommerso.

Un po’ come accadeva con l’omosessualità negli anni Quaranta del secolo scorso, moltissimi individui sentono in loro pulsioni generalmente irrise o condannate dall’opinione pubblica – quando non addirittura criminalizzate –, che quindi temono di rivelare. Questi soggetti non hanno nemmeno risorse istituzionali alle quali rivolgersi: la maggior parte degli psicologi e sessuologi italiani riceve a malapena un paio d’ore di formazione generica sul tema delle parafilie, ed è impreparata ad affrontare questioni che possono divenire alquanto complesse.

Abbandonati a sé stessi, gli appassionati di BDSM ricorrono allora alle risorse online approntate da altre persone con le medesime inclinazioni – la cui qualità è spesso scarsa. Le esperienze dirette convivono con confabulazioni pornografiche; le informazioni fornite in buona fede sono per lo più aneddotiche, e possono risultare addirittura pericolose. Ne consegue l’utilità, oltre che l’opportunità, di formare dei professionisti in grado di dare supporto psicologico, come dimostrato anche dal successo dell’unico sportello di consulenza sul tema in Italia, attivo presso l’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma.

Un’altra osservazione chiave riguarda la distanza esistente fra il reale mondo BDSM e le sue rappresentazioni stereotipate, sia nei media (Cinquanta sfumature compreso) che nella letteratura scientifica. Benché tanto il DSM-5 quanto l’ICD-10 abbiano depatologizzato le parafile che non creino disagio al soggetto o a chi gli sia vicino, non pochi professionisti basano ancora la loro visione delle sessualità alternative sulla descrizione di casi clinici gravi, sovente studiati nella popolazione carceraria.

La realtà del fenomeno, fortunatamente, è che esiste una grande differenza tra disturbo parafilico – su cui è necessario intervenire – e semplice parafilia, cioè lo spostamento dell’interesse erotico su forme di sessualità statisticamente meno comuni. La stragrande maggioranza dei praticanti di BDSM appartiene a questa seconda categoria, e vive le proprie inclinazioni in modo sostanzialmente egosintonico, cioè appagante per sé stessi, come dimostra anche l’incidenza irrisoria di casi preoccupanti. Addirittura diversi studi, fra cui quelli di Wismeijer e van Assen (2013) e di Calderoni, hanno riscontrato in loro caratteristiche psicologiche più favorevoli della media.

PATTI CHIARI, PIACERE LUNGO

Osservando il fenomeno, si nota facilmente come il fattore discriminante sia l’esposizione a quella che è a tutti gli effetti una cultura del BDSM, la quale oltre che negli spazi di confronto virtuale consiste nel mondo fisico di una sterminata produzione internazionale di saggistica; di iniziative conviviali finalizzate alla pratica, ma più spesso alla discussione; di eventi di formazione con workshop concentrati sulla corretta esecuzione delle pratiche, e altro ancora.

Tali risorse sono una necessità, trattandosi di relazioni nelle quali un partner mette letteralmente la propria vita nelle mani dell’altro e accetta di sperimentare – a volte senza possibilità di fuga – situazioni psico-sensoriali potenzialmente estreme. La sottocultura BDSM ha quindi sviluppato una serie di nozioni, regole, accorgimenti e financo precetti filosofici volti a ridurre al minimo i rischi per i partecipanti. Nel complesso, questi elementi tendono anche involontariamente a nutrire l’empatia fra i partner e a reindirizzare l’istinto sadomasochista – dettato dalla innata tendenza dei mammiferi ad adottare comportamenti egoistici di dominazione e sottomissione – verso un’espressione basata sulla sicurezza e focalizzata sul benessere dell’altro.

In un certo senso, il BDSM può essere considerato una “cura” dal sadomasochismo patologico. Dimentichiamo le rappresentazioni esasperate, violente, tipiche della pornografia: nella quasi totalità dei casi, la dominazione erotica è quello che il sessuologo John Money definiva «un drago di velluto»: un’idea spaventosa ma innocua all’atto pratico. Così innocua, in effetti, da avere dato origine addirittura a una serie di strumenti relazionali che cominciano ad essere integrati anche in ambito terapeutico. 

Chi si avvicina la prima volta alla cultura BDSM può restare sorpreso per esempio dall’attenzione estrema verso il tema del consenso fra partner. Lungi dagli standard “normali” da cui scaturiscono fenomeni quali lo scandalo Weinstein/#MeToo, la violenza di genere e il femminicidio, i “pervertiti” adottano il meccanismo delle safeword, i “segnali di emergenza”. Nel momento in cui uno dei partner usa questi segnali – verbali o meno – qualsiasi attività in corso viene immediatamente interrotta senza questioni, recriminazioni o drammi. Quale che sia il problema, i partner eliminano la fonte di disagio, discutono del modo migliore per evitare che si ripresenti e in tutta serenità scelgono se riprendere o meno ciò che stavano facendo, nell’ottica di collaborare per offrirsi l’un l’altro la migliore esperienza possibile.

Chi si diverte con corde e fruste coltiva inoltre l’arte della negoziazione, in modo da stabilire chiaramente i desideri, le curiosità e i limiti di entrambi. Questo processo, che nella realtà non assomiglia affatto alla fiaccante formalità descritta in Cinquanta sfumature, ha il pregio di essere anch’esso collaborativo e non competitivo. Le parti non si rassegnano a piccole, sgradevoli concessioni pur di ottenere un vantaggio, ma studiano insieme quali possano essere un obiettivo comune e il modo per raggiungerlo col massimo piacere di entrambi. Ancora, il cosiddetto aftercare è la fase di conforto e coccole reciproche che ci si concede dopo un’esperienza particolarmente intensa – non una cortesia occasionale, ma una parte integrante degli incontri BDSM. Quante coppie tradizionali hanno l’accortezza di ritagliarsi simili momenti di debriefing (rielaborazione), contatto ed empatia?

PER UNA CORRETTA CONOSCENZA

Non parliamo poi dell’attenzione tecnica posta nelle pratiche vere e proprie. È facile che la necessità di prevenire incidenti e lesioni faccia sviluppare negli appassionati di bondage una conoscenza della fisiologia, migliore di quella di tanti studenti di Medicina. Chi ama la flagellazione impara dove e come colpire per non provocare danni, ma anche le basi del primo soccorso per rimediare a possibili errori.

L’efficacia di questa estrema attenzione alla sicurezza e al benessere reciproco è testimoniata dalla rarità di casi di cronaca gravi connessi al mondo BDSM. Non a caso, analizzandone i dettagli, si scopre come la quasi totalità degli incidenti riportati riguardi soggetti estranei alla cultura di cui sopra, che si improvvisavano esperti di eros estremo. Tipicamente: sex-worker istigati dai clienti; persone in stato di coscienza alterato; soggetti gravemente disturbati; individui dediti a pratiche autoerotiche ad alto rischio (restrizione del respiro).

Anche sotto questo aspetto appare allora evidente l’importanza di poter accedere facilmente a informazioni attendibili, ben distinte dalle iperboli dell’immaginario pornografico. Solo così, infatti, chi è attratto da fantasie erotiche di dominazione può comprenderle, elaborarle ed eventualmente realizzarle in modo sicuro senza essere vittima di negatività interiorizzate o provenienti dall’esterno.

Le stesse informazioni risultano altresì preziose per i terapeuti e per chiunque interagisca con persone dalla sessualità BDSM, al fine di inquadrare in maniera corretta concetti abitualmente distorti dagli stereotipi mediatici. Non bisogna infatti dimenticare che, nonostante la passione per il BDSM sia in genere innocua, una sessualità improntata ad archetipi così intensi e spesso totalizzanti può colorare altre aree della quotidianità. Fra queste vi sono le comuni problematiche psicologiche e relazionali, e in tal caso è fondamentale padroneggiare gli strumenti per distinguere se e quanto l’eros parafilico le influenzi.

L’esperienza nello studio delle sessualità alternative rivela l’esistenza di un’infinità di sottoculture erotiche di norma molto più circoscritte di quella BDSM, ma con dinamiche sostanzialmente analoghe. L’invito a una maggiore apertura mentale e a un approccio non giudicante si estende pertanto a ogni forma di parafilia non patologica – per il benessere tanto dei diretti interessati quanto di chi vi interagisce. Dato che conoscerle tutte è pressoché impossibile, può essere utile rifarsi ai principi di sex positivity descritti dal «Manifesto degli esploratori sessuali», un’iniziativa nata per combattere le ricadute sociali negative di un approccio normativo all’eros.

Questo articolo è di Ayzad - ed è presente nel numero 270 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto