Bambini con diagnosi di autismo: fortezze vuote o custodi di una lingua perduta?

Un'interpretazione originale del comportamento del soggetto autistico è quella che in lui non vede una carenza da riempire, ma un modo alternativo di interagire con il contesto.

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L'autismo è sempre esistito e ha sempre segnato duramente la vita di chi lo presentava. Se ne trova traccia nei dipinti medievali in cui un demone sostituisce un neonato con un cucciolo di diavolo, o in cui si hanno sostituzioni analoghe da parte di fate oppure malefici di streghe.

Il termine “autismo” vien coniato simultaneamente negli anni Quaranta del secolo scorso da L. Kanner a Baltimora e da H. Asperger a Vienna. Indipendentemente l’uno dall’altro, essi osservano lo stesso quadro comportamentale, caratterizzato dal tratto della solitudine mentale: «il bambino trascura, ignora ed esclude tutto ciò che arriva dall’esterno» (Kanner). Entrambi segnalano i comportamenti patognomonici di questo quadro (tali cioè da garantire una diagnosi certa), ancor oggi validi per la diagnosi: esordio precoce (18-24 mesi ed entro il quinto anno), mancanza di contatto visivo, modo obliquo dI guardare gli oggetti a cui i soggetti sono interessati in maniera selettiva, povertà di espressioni facciali e gestuali, assenza di linguaggio o uso ecolalico, interessi singolari e ristretti che sfociano in stereotipie le quali, interrotte, generano crisi etero e autoaggressive, comportamenti impulsivi apparentemente scollegati dagli stimoli contestuali, mancanza di contatto empatico. Rimane controversa la presenza o meno di ritardo mentale (dal 50 al 75%), ma anche di Quoziente Intellettivo sopra la media. (...CONTINUA SULLA RIVISTA)

Questo testo è tratto dall'articolo di Miriam Gandolfi
presente nel numero 261 della rivista.
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