Applicazioni psicologiche della realtà virtuale

Vediamo i vari risvolti di quel surrogato di realtà sostanziale che è la realtà virtuale, dove si diventa protagonisti di simulazioni che altrimenti possiamo soltanto immaginarci. Motivo per il quale viene utilizzata anche nella cura di fobie e disturbi psicologici.

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La realtà virtuale è la protagonista del recente film di Steven Spielberg Ready player one. Grazie a Oasis, un sofisticato sistema di realtà virtuale, i futuri abitanti della terra sono in grado di evadere dalla banalità e dalla povertà della loro vita quotidiana. Basta indossare un casco virtuale e un paio di guanti interattivi per poter essere e fare quello che si vuole. Ma al di là della finzione cinematografica che cos’è davvero la realtà virtuale?

Da un punto di vista puramente tecnologico, la realtà virtuale è costituita da una serie di strumenti di input – sensori di posizione, guanti ecc. –  in grado di acquisire informazioni sulle azioni del soggetto, che vengono integrate e aggiornate in tempo reale da un computer o da uno smartphone, in modo da costruire un mondo tridimensionale in grado di adattarsi alle azioni dell’utente. 

Le informazioni visive, sonore e in alcuni casi anche tattili e olfattive relative a tale mondo sono poi mostrate al soggetto utilizzando degli specifici strumenti di output. In base agli strumenti di output impiegati – caschi, monitor o addirittura una vera e propria stanza virtuale – è possibile distinguere fra 3 tipi di realtà virtuale: quella immersiva, quella non immersiva e quella semi-immersiva (Cave Audio Visual Environment, CAVE). 

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Questo articolo è di Giuseppe Riva ed è presente nel numero 270 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto