Amore (e odio) materno

Nella madre vi è un conflitto tra il suo io e la sua responsabilità come perpetuatrice della specie. È in questo scontro che risiede il suo amore-odio per il figlio.

amore e odio materno.jpg

La retorica dei buoni sentimenti non ci consente di pensare (e di dire) che l’amore materno non è mai solo amore, e che ogni madre è attraversata dall’amore per il figlio, ma anche dal rifiuto del figlio. Talvolta il rifiuto ha il sopravvento sull’amore, e allora siamo a quei casi di infanticidio che non è possibile relegare nella casistica psichiatrica del raptus o della depressione, e là liquidarli nel perfetto stile della rimozione. 

Il raptus non esiste. Come dice Paolo Crepet, il raptus è «fantapsicologia». Non si può, infatti, ipotizzare una vita che scorre normalmente e che normalmente continua a trascorrere dopo l’eccesso. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi e tacitare il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi. La depressione, invece esiste, ma di solito non porta all’omicidio, semmai porta al suicidio; e, comunque, non quando si è depressi, bensì quando si è in procinto di uscire dalla depressione, dato che quando si è depressi non si ha neanche la forza di alzarsi dal letto o dalla sedia. 

Sgombriamo allora il campo da queste facili diagnosi e dalla retorica dei buoni sentimenti, che è una spessa coltre che stendiamo sull’ambivalenza della nostra anima, dove l’amore si incatena all’odio, il piacere al dolore, la benedizione alla maledizione, la luce del giorno al buio della notte, perché nel profondo tutte le cose sono intrecciate in un’invisibile disarmonia. E scrutare l’abisso che queste cose sottende è compito ormai trascurato dalla nostra cultura, che con troppa semplicità distingue il bene dal male, come se i due non si fossero mai incontrati e affratellati. 

Premium

Vuoi leggere la versione completa dell’articolo?

Accedi al sito se hai già un abbonamento alla rivista oppure personalizza il tuo piano e abbonati subito.

Accedi

Questo articolo è di Umberto Galimberti ed è presente nel numero 272 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto