Amore e odio, la complessità della socialità umana

Contro la convinzione che gli uomini siano caratterizzati solo da tendenze aggressive, da circa cinquant’anni si indagano anche le nostre tendenze biologiche alla socialità positiva.

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La pubblicazione nel 1970 del libro dell’etologo austriaco e fondatore dell’etologia umana Irenäus Eibl-Eibesfeldt, intitolato Amore e odio e il cui sottotitolo originale (alterato dalla traduzione italiana) era Per una storia naturale dei comportamenti elementari, ha rappresentato una pietra miliare negli studi sul comportamento aggressivo e la socialità positiva.

In esso l’autore sosteneva l’esistenza di disposizioni biologiche alle relazioni affettive e alla socialità positiva, e non solo al comportamento aggressivo. Per l’epoca, queste affermazioni erano del tutto rivoluzionarie e incontrarono non poche resistenze, che perdurano a tutt’oggi in alcuni settori delle scienze umane e ancor più nel senso comune. La convinzione che gli esseri umani siano dotati solo di tendenze aggressive, e addirittura di un vero e proprio istinto di distruzione, è infatti profondamente radicata nella nostra cultura, dove serve anche da comoda giustificazione per esentare dall’impegno di coltivare gli affetti e la socialità positiva.

LE DISPOSIZIONI BIOLOGICHE ALLE RELAZIONI SOCIALI POSITIVE

Il libro di Eibl-Eibesfeldt non nasceva dal nulla: era il punto di arrivo di studi decennali sia di etologia animale sia di psicologia infantile, in particolare sulla relazione precoce tra madre e figlio. Decisiva era stata, l’anno precedente, la pubblicazione del volume Attaccamento e perdita di John Bowlby, primo di una trilogia che cambiava radicalmente l’interpretazione della prima relazione sociale tra la madre e il neonato. Sulla base degli studi precedenti degli etologi e delle proprie ricerche, Bowlby dimostrava l’esistenza, negli esseri umani, di una socialità precoce indipendente da altri bisogni, sessuali o alimentari. 

Il legame affettivo di attaccamento tra la madre e il bambino veniva identificato come primario, dovuto alla necessità di stabilire un solido e stretto vincolo, indispensabile alla sopravvivenza. Esso è il frutto di un sistema di schemi comportamentali a base innata che non risponde a un modello di funzionamento di tipo energetico, bensì cibernetico, in cui il soddisfacimento del bisogno di legame non riduce la ricerca e l’intensità dell’attaccamento, ma anzi le rafforza.

Il legame non è derivato dal soddisfacimento pulsionale, come sostenuto dalla psicoanalisi, cui peraltro Bowbly inizialmente aderiva; esso non è nemmeno secondario al soddisfacimento del bisogno alimentare, come sostenuto dai comportamentisti, già smentiti dalle ricerche dei coniugi Harlow (1958). Questi avevano dimostrato che nelle scimmie il legame tra il cucciolo e la madre (negli esperimenti: un simulacro di madre) non dipendeva dal soddisfacimento del bisogno alimentare, ma era prioritario e veicolato dalla percezione tattile, cioè dalla possibilità di mantenere il contatto fisico. L’affermazione di Bowlby che la relazione di attaccamento tra il bambino e la madre (o chi se ne prende cura) non è derivata da altri bisogni o pulsioni, ma è primaria, era e rimane di importanza rivoluzionaria, poiché attesta la socialità intrinseca degli esseri umani, predisposti dalla biologia a stabilire fin dalla nascita profonde relazioni personali di attaccamento.

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Questo articolo è di Silvia Bonino ed è presente nel numero 272 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto