Ammansire la belva dentro di noi: gestire la rabbia

Se riusciamo a controllare l’ira, anziché restarne travolti, la possiamo trasformare in una risorsa preziosa e strategica.

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La rabbia è da sempre ritenuta una delle emozioni da rifiutare poiché ottenebra la mente e può condurre a compiere azioni di cui poi pentirsi amaramente. Orlando Furioso è il personaggio letterario che meglio interpreta questa immagine. Colui che, appunto accecato dalla collera, perde il senno e commette atti criminosi al di là della sua volontà.

Anche la religione indica la rabbia come un peccato da cui emanciparsi: l’ira è infatti uno dei sette peccati capitali. Ma sebbene la stragrande maggioranza delle persone concordi con questa visione, ben pochi sono quelli in grado di dominare le proprie esplosioni di rabbia, e ancor meno coloro che sanno gestire in modo costruttivo questa emozione.

Secondo me, il primo punto da cui partire per affrontare il problema del controllo o della gestione della rabbia è riconoscerne l’ineluttabilità, ovvero il fatto
che nessun essere vivente può esserne esente. La psicologia fin dai suoi esordi dimostra come la più tipica reazione a uno stato di frustrazione, ossia l’impossibilità di raggiungere uno scopo desiderato, faccia inesorabilmente scattare una reazione di aggressività basata su tale emozione, e siccome nessuno può evitare del tutto le frustrazioni, ne deriva che nessuno può evitare del tutto la rabbia. Se poi all’esperienza della frustrazione si aggiungono il senso dell’ingiustizia, il mancato controllo degli imprevisti, i tradimenti o i torti subiti, immaginare un mondo senza rabbia appare davvero un’utopia. (CONTINUA SULLA RIVISTA...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Giorgio Nardone
presente nel numero 262 della rivista.
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