Allora, guardiamoci in faccia, siamo uomini o caporali?

Spesso, le notizie di cronaca ci riportano in prima pagina il “mostro” del momento. Così ci hanno abituato fin dai tempi più remoti quando, ai tempi dell’Inquisizione, ci inducevano a puntare il dito contro la strega “del momento” che ci aveva guardato “con occhi strani” prima di inciampare su un rogo di spine. E la calunnia, come si suol dire, è un venticello, che qualcuno soffia e, con il contributo del vicinato, si trasforma in un tornado. E ben presto “quella” diventa una “strega”. È sicuramente più facile osservare negli altri il “male”, quello stesso male che portiamo fuori, mantenendo per noi soltanto la parte buona. Ed è più facile accendere o spegnere un fuoco se altri, accanto a noi, soffiano nella stessa direzione. E la persona che incarna il male merita di bruciare!

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Totò, un secolo fa, al servizio militare, si rivolse ai suoi commilitoni chiedendo: “allora, guardiamoci in faccia, siamo uomini o caporali?”. Tutti noi, conoscendo Totò, crediamo di aver compreso la battuta. Ma forse non comprendiamo bene perché a quel famoso attore il conio, a cinquant’anni dalla morte, nel 2017, abbia deciso di dedicare addirittura una moneta. Tutti riconosciamo in Totò, tra i vari comici conosciuti, l’autorità! Ma abbiamo davvero compreso la filosofia e la psicologia dell’attore o, come i bambini al circo, ridiamo semplicemente perché fa ridere? Non è lecito chiedersi, come mai dopo tanti anni ancora ci rivolgiamo a lui per trascorre una serata in allegria? Forse ancora non tutti sanno che essere dei veri comici “è una cosa seria!”.

È vero, noi psicologi siamo fissati con l’infanzia e, almeno io, da piccolo andavo al circo, e mi divertivo a guardare le marachelle dei clown, e di certo non mi chiedevo quali implicazioni nascoste potessero avere certe battute che “istintivamente” mi facevano sganasciare dalle risate, semplicemente ridevo. A volte però tornavo a casa triste, sentivo che quella parte dolce nascondeva forse una parte amara. Una parte di me scorgeva quella che, qualche anno dopo, avrei definito lo yin e lo yang dei clown. Due facce di una stessa medaglia che, come il bene e il male, appartenevano alla stessa figura, allo stesso clown. Quella stessa persona che ti faceva ridere, subito dopo ti metteva tristezza, perché comunicava con la tua parte oscura, quella che vive o ha vissuto, almeno una volta nella vita un’angheria da parte di un’autorità. Quel “superiore”: genitore, insegnante che in certi momenti anziché assolvere alla funzione di auctor, ovvero anziché far augere, far crescere, per via del suo modo di fare, perdeva la sua funzione, il suo obiettivo e si faceva prendere da collera imponendoti con la coercizione un determinato compito: “Torna a casa presto, altrimenti trovi la porta chiusa a chiave!”, “Impara Il cinque maggio a memoria altrimenti prendi 3!”.

Forse se avessero semplicemente spiegato il “perché” non bisogna far tardi, o, avrei detto qualche anno dopo, “come” le emozioni possano fungere da mediatori comunicativi per lo sviluppo delle funzioni intellettive allora, forse l’autorità, riconosciuta nelle sue funzioni e conoscenze “superiori” alle mie, avrebbe suscitato il mio interesse e, di conseguenza, un’acquiescenza automatica e genuina. 

Tutti abbiamo incontrato e incontreremo autorità capaci di attivare risposte automatiche che, tra istinto ed esperienza, abbiamo interiorizzato e ci portano, anche da adulti, ad accondiscendere “automaticamente” ad una divisa, ad un simbolo d’autorità andando anche contro i nostri interessi portandoci, solo in un secondo momento a chiederci: “come ho fatto a cascarci, a non capirlo prima, sul momento”. Forse perché prima eravamo “immersi” in una situazione, creata ad arte da un sistema (ad esempio una compagnia telefonica) che ha oscurato quegli aspetti della nostra personalità dei quali fino ad un giorno prima ci vantavamo di possedere. Noi che abbiamo sempre detto “a me non potrebbe MAI capitare”, “io al SUO posto non l’avrei mai fatto”, rischiamo di ritrovarci con un abbonamento telefonico con servizi che probabilmente non useremo mai, noi che pensavamo di essere immuni da certi subdoli condizionamenti. Forse perché finora non eravamo MAI stati invischiati in una situazione simile. 

Come ci ricorda il prof. Zimbardo, spesso ciò che noi pensiamo di fare in determinate circostanze non equivale a ciò che facciamo o faremmo realmente se non fossimo immersi in una determinata situazione, non possiamo prevedere come le variabili situazionali, create da un SISTEMA che ci sovrasta, influenzeranno consapevolmente e, soprattutto, inconsapevolmente la nostra condotta. 

La gente che, purtroppo, quotidianamente viene truffata da “finte” autorità, a volte ha dovuto mentire perfino a se stessa affermando che probabilmente prima di essere stata raggirata aveva “sentito” un profumo o: “mi hanno ipnotizzato!”. A volte potrà essere vero ma, davvero questi “zingari” sono così bravi ad alienarci da noi stessi? Davvero quelle due belle ragazze mi hanno spruzzato del profumo di zagara e malocchio? Non sarebbe auspicabile cominciare ad ammettere a noi stessi, come direbbe il caro Freud, che a volte non siamo padroni neanche in casa nostra?

E allora ricorriamo a Cialdini, lo psicologo dei princìpi di persuasione e scopriamo che proprio il principio di autorità rappresenta una delle più potenti armi di accondiscendenza automatica, un comportamento che pensavamo di avere abbandonato già ai tempi dell’infanzia e che, invece, il bambino che è in noi ha mantenuto. Semplicemente non era capitata l’occasione, e come accadeva nelle coppie di clown, il Bianco e l’Augusto, ci ritroviamo a dover obbedire al clown “Bianco”, a quella figura che ci faceva ridere quando veniva sbeffeggiata dall’Augusto perché molto probabilmente in quell’Augusto ci identificavamo e, attraverso le sue marachelle, godevamo nel veder fare dei dispetti a quella figura austera e autoritaria che da bambini ci faceva perfino paura.

Allora tutto comincia ad avere un senso e capiamo perché “davvero” quei clown ci facevano sorridere, impaurire e angosciare al tempo stesso. Comprendiamo perché godevamo nel vedere quell’autorità arrabbiata e sbeffeggiata e, soprattutto, perché Totò ci faceva ridere quando, come un clown “Augusto”, si prendeva gioco del compare “Bianco”, e quando alle pretese di un colonnello che urlava: “badate colonnello io ho carta bianca…”, rispondeva con la frase che TUTTI conosciamo.

Tutti ricordiamo la reazione dei militari e la nostra liberazione catartica che esplodeva in una risata contagiosa, perché anche chi ci stava accanto più o meno consapevolmente si stava liberando di quella rabbia repressa che da qualche parte chiedeva a gran voce liberazione!

Forse solo ora ci rendiamo conto del perché il conio abbia deciso di dedicare una moneta a un attore e interprete di quella “Psicologia della disobbedienza”, perché attraverso Totò possiamo comprendere con quale facilità è possibile superare il confine tra il bene e il male, perché forse un po’ tutti “Siamo uomini E caporali” e, come ci ha dimostrato il prof. Zimbardo nel suo famoso esperimento della prigione simulata spesso, anche dei bravi ragazzi, possono trasformarsi in “caporali”, vittime di quel meccanismo psicologico definito dallo psicologo americano “Effetto Lucifero”.

 

Cianciabella S. (2014), Siamo uomini e caporali, Franco Angeli, Milano.

Sito: www.siamouominiecaporali.it