Alle radici della violenza degli uomini sulle donne

La violenza sessuale sulle donne è purtroppo sempre argomento di attualità. Da dove nasce e perché? Come possiamo smascherare le false ragioni che la giustificano?

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Nella nostra società la violenza sulle donne assume forme molto varie, sia per la gravità che per il tipo di relazione in cui si manifesta. Le molestie e le violenze sessuali possono essere perpetrate da sconosciuti oppure da persone ben note, come compagni di lavoro o addirittura partner; le violenze fisiche, che possono arrivare nei casi più gravi fino all’uccisione, non riguardano solo le prostitute, per quanto esse vi siano molto esposte, ma anche molte mogli e conviventi.

Questi comportamenti non possono essere compresi, e tanto meno prevenuti o eliminati, se non si considera la complessità e l’intreccio dei fattori che ne sono la base. Tra questi, quelli biologici sono tra i più ignorati, come se la cultura agisse nel vuoto e non su una base biologica che ci proviene dalla nostra evoluzione filogenetica. La resistenza a prendere atto dei fattori biologici è perlopiù fondata sul timore di legittimare in questo modo la violenza. In realtà, il riconoscimento della nostra eredità filogenetica arcaica, che ancora agisce in noi, non porta a scusare la violenza, ma al contrario a smascherarne la primitività e il valore ormai completamente disadattivo in quanto non produce benessere né per i singoli né per la società. La violenza sulle donne, insomma, non è il destino ineluttabile della specie umana, ma è al contrario un comportamento disumano.

L'EVOLUZIONE DELLA SESSUALITÀ E DEGLI AFFETTI

Vediamo allora di capire meglio le trasformazioni della sessualità e degli affetti nel corso dell’evoluzione. Dal punto di vista filogenetico la sessualità è comparsa molto prima degli affetti e per lungo tempo è esistita una sessualità strettamente connessa all’aggressione nel maschio e alla paura nella femmina, all’interno di un rapporto di dominanza-sottomissione. È questa la sessualità tipica dei rettili, dove i due sessi si incontrano solo nel periodo di estro per garantire la discendenza attraverso un breve contatto sessuale. Lungo la filogenesi i legami e gli affetti sono comparsi solo in seguito, con i mammiferi, e non sono derivati dalla sessualità e dalle esigenze di fecondazione, bensì dalla cura della prole. Infatti, nei mammiferi i nuovi nati, ancora immaturi, necessitavano di una fase di protezione e di allevamento da parte degli adulti, garantita perlopiù dalla madre, ma talvolta anche dal padre e da altri adulti. La relazione tra madre e figlio ha quindi dato origine alla socialità positiva, vale a dire alla possibilità di costruire legami di attaccamento, condividere emozioni, cooperare, agire a favore dei propri simili.

La progressione dello sviluppo cerebrale lungo la filogenesi, dai rettili ai primi mammiferi e infine all’uomo, è riscontrabile nel nostro cervello. In esso sono stati individuati tre livelli: quello dei rettili, cioè il cervello più antico che presiede in modo automatico alle funzioni vitali di base; quello dei neomammiferi, identificabile con il cervello emotivo o limbico; la neocorteccia, cioè la parte più recente, che presiede agli adattamenti flessibili, alle funzioni cognitive superiori (pensiero, linguaggio, progettazione, ecc.) e quindi alla trasmissione culturale. Per queste ragioni il nostro cervello è stato descritto già nel secolo scorso da Paul d. MacLean come un cervello “trino” o, meglio, allo stesso tempo uno e tripartito. Anche se non va presa alla lettera, in particolare riguardo alle varie strutture anatomiche che ne fanno parte, questa descrizione ben illustra la complessità dell’evoluzione e delle caratteristiche del cervello umano. Globalmente il cervello è quindi una struttura gerarchica dal funzionamento molto articolato, dove parti diverse possono operare in modo sinergico ma anche autonomo. La compresenza di livelli evolutivi diversi permette di fare luce sulla complessità e sulle contraddizioni del comportamento sessuale e affettivo degli esseri umani. L’antica eredità rettiliana, presente nella parte più arcaica del nostro cervello, connette ancora la sessualità alla dominanza e all’aggressione nei maschi e alla sottomissione e alla paura nelle femmine. Essa però configura una possibilità, e non certo una necessità, la quale non ha più alcun valore adattivo per gli esseri umani: non è altro che una zavorra che ci portiamo dietro dalla filogenesi. Infatti, l’evoluzione successiva ha superato la contiguità fra la sessualità e l’aggressione e la paura, per connetterla al piacere e a relazioni individualizzate, e ha sviluppato al massimo la socialità positiva. Negli esseri umani lo sviluppo delle capacità di legame, cooperazione, altruismo, empatia ha raggiunto il massimo grado, grazie sia alla nostra grandissima socialità, sia alle nostre specifiche caratteristiche cognitive. In particolare, la sessualità ha perso la sua funzione unicamente riproduttiva, mentre sesso e legame si sono strettamente uniti lungo la filogenesi fino a rendere possibile l’amore sessuale. È così emersa la capacità di vivere una profonda e duratura relazione personale, unita al sesso, in cui quest’ultimo non serve più solo alla riproduzione, ma anche al consolidamento del legame con una persona specifica. Il sesso contribuisce così a mantenere nel tempo il rapporto affettivo, in una relazione allo stesso tempo amorosa e sessuale, che permette sia di garantire la cura dei piccoli nei lunghi anni della loro immaturità e crescita, sia le complesse ed evolute esigenze affettive degli esseri umani.

Alcune peculiari caratteristiche della sessualità umana evidenziano la dissociazione tra attività sessuale e riproduzione, e il collegamento con gli affetti. Si tratta infatti di una sessualità del tutto sovrabbondante rispetto al semplice compito di inseminazione e concepimento: non esiste un periodo specifico e riconoscibile di estro, ma uomini e donne sono sempre sessualmente attivi, anche al di fuori del periodo femminile fertile; il seno femminile da organo utile solo per l’allattamento è diventato uno strumento permanente di attrazione sessuale; le donne possono provare orgasmo; in entrambi i sessi l’orgasmo comporta la produzione degli ormoni del benessere, gli stessi coinvolti nell’attaccamento; le dimensioni del pene maschile sono grandi e permettono una varietà di posizioni nell’accoppiamento, favorendo il reciproco piacere. La sessualità umana si caratterizza quindi per essere una relazione personale e individualizzata, in un rapporto nel quale i partner si danno mutuo piacere e trovano reciproca realizzazione. Tenendo presenti questi aspetti, si supera così definitivamente la sessualità maschile di sopraffazione, in una relazione reciproca e paritaria.

Il riconoscimento della persistenza, nel nostro cervello trino, di tendenze arcaiche, non porta affatto a giustificare la sessualità maschile violenta e la subordinazione femminile: non è questa la nostra natura. al contrario, come abbiamo detto, la nostra specie si distingue per grandi capacità di socialità positiva e per avere coniugato sessualità e affetti nell’amore sessuale, in una relazione personale e duratura. Questa sessualità evoluta ha anch’essa fondamento nelle nostre disposizioni biologiche, radicate nel cervello emotivo e nella neocorteccia, ed è ormai l’unica in grado di rispondere alle nostre esigenze, che non possono più essere appagate dalla sessualità rettiliana.

Essere consapevoli delle disposizioni biologiche arcaiche è indispensabile per smascherare la disumanità delle giustificazioni che le legittimano. Infatti molte culture continuano a teorizzare la supremazia maschile, usando il pensiero per giustificare le parti più primitive della nostra eredità filogenetica. In questo modo il pensiero, cioè la conquista più alta che l’evoluzione ci ha dato, viene posto al servizio degli aspetti più primitivi del nostro funzionamento psichico. Sono numerosissimi gli esempi di ideologie, religioni, legislazioni che teorizzano e praticano la supremazia maschile, giustificando colpevolmente con speculazioni elaborate nient’altro che un rapporto rettiliano di sopraffazione tra uomini e donne. Come sottolinea Jaak Panksepp, se non possiamo mettere a tacere del tutto le parti più arcaiche del nostro cervello, possiamo però decidere se giustificarle e favorirle, sia come società sia come singoli. Se coltivate, le disposizioni arcaiche possono, infatti, arrivare a inquinare anche gli affetti, trasformando i legami in rapporti di potere. Ne sono esempio quelle coppie in cui l’uomo dice di amare la donna su cui esercita invece una violenza, sia psicologica sia fisica, che può arrivare fino all’uccisione. Non di amore si tratta, ma di un rapporto di dominio che riesce a contaminare anche il legame affettivo, vissuto dall’uomo come possesso e supremazia, e dalla donna come necessaria subordinazione.

LE AMBIGUITÀ DELLA CULTURA OCCIDENTALE

La cultura occidentale non giustifica più apertamente la supremazia maschile sulla donna, o almeno lo fa in misura ridotta e meno palese che in passato, quando era sancita anche a livello giuridico; nel contempo essa riconosce, almeno sul piano teorico, l’importanza degli affetti e di rapporti paritari. Sono questi i frutti di un travagliato percorso secolare, che ha avuto nel Novecento un’accelerazione ma che di certo non è giunto a pieno compimento. Nei fatti rimangono varie aree di ambiguità e le pratiche e i messaggi della cultura occidentale sono spesso molto contraddittori, sia in famiglia che nella società. La nostra cultura offre quotidianamente tanti stimoli che nutrono le parti più rettiliane di noi, a danno dello sviluppo della socialità positiva e della congiunzione tra sesso e sentimenti. La sessualizzazione della donna e la pornografia sono esempi significativi e diffusi di stimoli che coltivano il cervello rettiliano. Anche atteggiamenti e modalità educative che si sono affermati negli ultimi decenni, come quelli consumistici e permissivi, non hanno favorito la capacità di costruire legami e relazioni sentimentali. Essi hanno al contrario facilitato egocentrismo e impulsività, favorendo la tendenza a rapporti impersonali, assai diffusa nella nostra cultura, in cui l’altro non è più un essere umano con cui identificarsi, ma diventa un oggetto da consumare.

Alle ambiguità e zone d’ombra che esistono nella società occidentale si sono aggiunti i nuovi problemi posti dall’immigrazione da Paesi in cui sono radicati, a livello culturale, modelli di dominanza e sottomissione tra uomini e donne. Come ben hanno evidenziato le vicende del Capodanno 2015 a Colonia, alcune conquiste di libertà delle donne europee, ormai abbastanza acquisite nella società occidentale, non sono rispettate da uomini che provengono da culture in cui la supremazia maschile è la norma. Esse sono anzi vissute come pericolose minacce e danno luogo a comportamenti violenti, sia individuali che ancor più di gruppo, volti a umiliare le donne e a sottometterle, ripristinando così il potere maschile insidiato.

Per queste ragioni è necessaria una continua educazione a relazioni paritarie che non si limiti alla loro affermazione teorica. Per incidere su atteggiamenti e comportamenti va attuata un’educazione emotiva dell’intero cervello, che non incoraggi le risposte più automatiche e ormai disadattive, e favorisca quelle specificamente umane. In concreto, si tratta di sviluppare la capacità di riconoscere l’umanità altrui e di costruire affetti e relazioni positive, caratterizzate da empatia, cooperazione, altruismo. Sono particolarmente importanti quelle competenze sociali, come mettersi dal punto di vista altrui e affrontare i conflitti, che permettono di vivere rapporti non aggressivi. Queste capacità si costruiscono solo nell’incontro personale, faccia a faccia, con i nostri simili, e non nelle relazioni virtuali. La massiccia esperienza attraverso Internet di rapporti non reali, impropriamente definiti sociali, soprattutto da parte dei bambini e degli adolescenti, si pone oggi come un ostacolo allo sviluppo di capacità che sono sì fondate nella nostra biologia, ma che per maturare devono potersi esercitare nella concretezza della vita reale.

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Questo testo è tratto dall'articolo di Silvia Bonino
presente nel numero 255 della rivista.
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