Al meglio non c'è mai fine

Spesso lo psicologo in tv è ospitato per aiutare ad affrontare un problema. Quanto dovremo aspettare perché insegni a chi sta bene a stare benissimo?

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Cara TV, ti chiedo di parlare meglio della psicologia. «La psicoanalisi è un mito tenuto in vita dall’industria dei divani» diceva Woody Allen. Questa battuta mi fa abbastanza ridere. Dello stesso autore preferisco però quest’altra, più cinica: «Ero molto depresso in quel periodo. Intendevo uccidermi, ma ero in analisi, e i freudiani sono molto severi al riguardo: ti fanno pagare le sedute che perdi». Le battute del regista sono una premessa simpatica all’argomento di questo articolo che devia leggermente dal tema consueto. Ho più volte parlato di psicologia della TV, qui invece parlo di psicologia in TV. Può sembrare che Allen tratti male la nostra materia di studio e di lavoro, ma a sua discolpa c’è da dire che rimane confinato nell’ambito dell’ironia, quindi lo perdoniamo e ci facciamo una bella risata. 

Scherzare è innocuo, io credo che sia molto più pericoloso il modo in cui ogni giorno si parla seriamente di psicologia nei media. L’esperto della disciplina viene interpellato sempre quando qualcosa non va. Se studiamo con attenzione programmi TV e radio, ci rendiamo subito conto che le sue parole servono a mettere ordine su casi di cronaca nera o, nella migliore delle ipotesi, di disagio. Approfondimenti su infanticidi, suicidi preceduti da atti di violenza, anoressiche che muoiono di fame, anziani cancellati dall’Alzheimer, disturbi post-traumatici a seguito di cataclismi, deliri religiosi e tanto altro. Tutto rigorosamente negativo.

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Questo articolo è di Francesco Boz ed è presente nel numero 276 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto